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Politica Regionale : Il 14 ottobre sta per arrivare.
Inviato da Francesco Urru il 18/9/2007 13:29:31 (1842 letture) News dello stesso autore

Dal sito "Per il partito democratico Sardo con Renato Soru" leggo e riporto quanto dichiarato da Renato Soru in occasione della sua candidatura a segretario regionale del Partito Democratico,i motivi per condividere quanto sotto esposto ci sono tutti. Ora tocca a noi lavorare in ogni piccola comunità affinchè non si interrompa questo grande processo in atto che può veramente riavvicinare tutti alla Politica fatta con la gente e per la gente.
"Il 14 ottobre sta per arrivare. Una grande quantità di cittadine e di cittadini della Sardegna - non solo quelli che tradizionalmente sono stati iscritti ai partiti ed ai movimenti “fondatori”, Democratici di sinistra, Margherita, Progetto Sardegna - riconoscono la data del 14 ottobre come un momento fondamentale, un’irripetibile opportunità di partecipazione alla politica.
In quella data deve nascere un Partito nuovo che si fonda su basi nuove ma con alle spalle la forza che gli viene da solide e importanti tradizioni politiche. In Sardegna vogliamo dare un contributo importante affinché questo accada; e accada bene; e naturalmente vogliamo concorrere perché accada bene in Italia. Chi debba essere il segretario non è la cosa più importante. Ma entro il 12 settembre bisogna presentare le candidature alla segreteria regionale e un documento che dica che tipo di partito stiamo pensando per la Sardegna; con quale tipo di partecipazione e modello di organizzazione; con quale ricambio di classe dirigente e con quale capacità di formare classe dirigente; con quali strumenti garantire partecipazione e vita dentro la società sarda.
Questa discussione appassiona già migliaia di persone, militanti e simpatizzanti dei partiti politici che mettono a disposizione del Partito Democratico la propria storia, i valori, le esperienze, la passione civile decidendo di partecipare alla fase costituente del nuovo partito. E appassiona donne e uomini che non vengono da quelle esperienze ma che stanno ugualmente decidendo in questi giorni di mettersi al servizio dello stesso progetto.



E’ un’opportunità straordinaria. Guai se la dovessimo sprecare o peggio perdere. Il Partito Democratico sardo non deve lasciare a poche persone la responsabilità di immaginarsi un futuro della Sardegna: lo deve metabolizzare, lo deve arricchire della comprensione e della partecipazione di tutti i sardi, di tutte le famiglie della Sardegna, e farlo diventare un progetto di popolo, come è stato in altri momenti storici altrettanto fondativi.
Dopo l’incontro di Santa Cristina di Paulilatino ho partecipato a molte assemblee, ho incontrato tante persone in tutta la Sardegna. Ovunque ho sentito passione e partecipazione per la nuova politica, impegno per il suo profondo rinnovamento. E una nuova voglia di spendersi senza riserve.
E’ anche in risposta alle loro sollecitazioni che sono arrivato alla decisione di candidarmi alla segreteria del Partito Democratico sardo, per fare assieme il percorso dei prossimi anni: assieme, non contro nessuno, per unire e non per dividere.

Perche' il partito democratico?
Perché oggi nell’Italia del 2007 nasce il nuovo Partito Democratico?
Un nuovo partito con idee, con modalità, con presupposti innovativi, nasce innanzi tutto grazie alla lungimiranza ed alla generosità della classe dirigente degli attuali partiti in campo . E’ una classe dirigente che non si muove sotto la spinta di una sconfitta elettorale ma che, al contrario, in questo momento è al governo del Paese; che non subisce la pressione di un grande scandalo o di cambiamenti epocali come la caduta del muro di Berlino: semplicemente, guardando in prospettiva e sulla base di una visione del futuro, proprio nel momento del successo elettorale, decide di mettersi in gioco e di mettere in gioco le storie, le appartenenze, le carriere e le responsabilità personali dei propri membri per costruire un soggetto politico nuovo e metterlo a disposizione del Paese.
Stiamo vivendo un momento storico in cui i partiti della grande tradizione socialista, cattolica e democratica si ritrovano insieme, riconoscendo che sono più le cose che li uniscono che quelle che li dividono: non ci sono più le divisioni ideologiche del Novecento ma rimane invece l’ambizione di continuare a portare avanti il processo di cambiamento che mira all’affrancamento definitivo di ciascun uomo e di ciascuna donna.
I partiti storici hanno dato cittadinanza piena a masse di analfabeti, diseredati, di poveri, di umili, di senza casa. Gli hanno dato voce, aiutandoli a diventare cittadini italiani e ad avere un ruolo politico proprio attraverso il sistema dei partiti.
Sono i movimenti che si sono uniti nella lotta contro la dittatura e che, pur provenendo da percorsi diversi, hanno scritto la Costituzione italiana e che si sono poi ritrovati nel portare avanti il nostro paese e la sua società.

Un nuovo partito, non un nuovo nome dato allo stesso partito.
Come vorrei che fosse questo partito? Innanzitutto vorrei un partito che non giocasse in difesa, un partito che non si dovesse più difendere dal qualunquismo corrente secondo il quale “la politica è tutta brutta”, “la politica è il luogo degli affari”, è “il luogo delle carriere personali”. In definitiva è “il luogo del nulla”, e il buono sta tutto fuori.
Il Partito che nasce, lungi dall’emarginarla a favore di più o meno imprecisate competenze “tecniche” o “professionali”, dovrà invece riscattare la politica, e rimetterla al posto di guida che le compete. E prima di tutto riconciliarla coi giovani. Riempirla di valori pubblici e civili svuotandola degli interessi privati che vi si sono accampati. Ridarle la dignità che le spetta e di cui è stata espropriata.
Che mondo sarebbe un mondo senza politica? Un mondo dove ognuno si fa gli affari suoi, dove ognuno cura il giardino di casa sua: poi magari ha il giardino pulitissimo a casa sua, però è di fronte a una strada che è sporchissima; ha una società dove si vive in condizioni difficilissime, e non basterà la sua casa pulita, né la sua condizione personale, per garantire anche a lui - anche a chi pensa di poter risolvere personalmente, e da solo, i propri problemi - una vita piena e degna di essere vissuta.
La politica è importante, è importantissima perché deve fare in modo che ogni progetto personale sia possibilmente ricompreso in un progetto complessivo di una società che si muove insieme, favorendo i migliori ma contemporaneamente sostenendo anche i più deboli.
La politica è importante, e dobbiamo essere capaci di chiamare quanta più gente possibile alla necessità della politica. Anzi, alla responsabilità della politica. Più donne, più giovani in politica deve essere l’obiettivo del Partito Democratico, anche di quello sardo: perché il nostro Paese non si salverà, se non vi sarà nei prossimi anni un grande, effettivo processo di ricambio nella sua classe dirigente.
E’ indispensabile, anche in Sardegna, che il Partito Democratico sia un partito di massa, un soggetto collettivo radicato in ogni luogo di lavoro, in ogni paese, con tanti luoghi dove le persone possano incontrarsi, possano discutere della necessità di un progetto comune.

Quattro regole per cominciare bene
Perché il Partito Democratico sia tutto questo ci sono alcuni punti irrinunciabili: il primo, e il più importante di tutti, è che nel futuro Partito Democratico sardo la scissione tra chi “fa” la politica e chi la subisce passivamente deve finire per sempre. Non può più esistere infatti un ceto di “professionisti” inamovibili e incontrollabili cui la gente si limita a conferire una delega più o meno illimitata e vitanaturaldurante. Nel Partito Democratico sardo tutti debbono poter incidere sulle decisioni che li riguardano; tutti debbono poter controllare gli eletti. Sia partecipando alle riunioni (come avveniva un tempo nei grandi partiti storici), sia nelle forme nuove della democrazia elettronica, cioè intervenendo nei blog, prendendo parte a votazioni continue su singoli punti, sviluppando una dialettica ininterrotta coi gruppi dirigenti attraverso la rete. Queste sono le forme nuove della partecipazione, e sarebbe non solo stupido ma controproducente non prenderne atto e non avvalersene.
Occorre ridare ai partiti la loro funzione originaria di palestra democratica. L’aggettivo “democratico” non è incidentale: definisce la natura del Partito, la sua forma di organizzazione e il tipo di dialettica che si deve instaurare al suo interno. Questo previdero i nostri padri costituenti dopo la oscura stagione della dittatura e di conseguenza non sembri una tautologia affermare che il Partito Democratico deve essere effettivamente “democratico”. Perciò sono indispensabili le regole, i punti fermi, le garanzie per chi partecipa alla elaborazione e alla decisione.
Se sarò eletto segretario io mi impegno solennemente a rispettare queste regole, che sintetizzo qui – intanto – in 4 proposizioni:

1. Il modo ordinario per attribuire le responsabilità, sia nel Partito democratico che nelle istituzioni, deve essere quello delle primarie, organizzate su candidature libere, con voto segreto e precedute dal più ampio confronto democratico tra tutti gli iscritti. Le assemblee del Partito Democratico, a cominciare da quella costituente, si basano sul principio inderogabile “una testa, un voto”;

2. Le cariche interne del nuovo Partito e l’esercizio di quelle istituzionali da parte dei suoi iscritti debbono essere rigorosamente a tempo, con divieto di ricandidatura dopo un numero prefissato (indicativamente due) di mandati; deve essere favorito, nelle forme che si individueranno come le più opportune, l’accesso delle donne e dei giovani;

3. Le cariche interne e quelle istituzionali elettive debbono essere esercitate dagli eletti mantenendo un costante e fattivo rapporto con gli iscritti e con gli elettori, in una situazione di trasparenza e di costante informazione sulle attività svolte. Saranno previsti momenti formali, nei quali gli eletti, nel corso del mandato, renderanno conto del proprio operato. Si utilizzeranno in ogni occasione possibile i mezzi moderni dell’informatica per assicurare sia l’informazione puntuale e costante sull’attività istituzionale degli eletti sia l’intervento dei rappresentati sulle scelte;

4. I costi della politica debbono essere tassativamente contenuti. Pertanto il Partito Democratico si impegna: a) per la soppressione e la trasformazione delle circoscrizioni comunali (ad eccezione delle metropoli); b) per la riconsiderazione delle province e delle comunità montane; c) per la riduzione del numero dei consiglieri regionali e per la revisione dei loro trattamenti economici; d) per la riduzione complessiva del numero dei parlamentari e delle loro retribuzioni e benefits; e) per lo snellimento degli apparati di governo, ivi compresi aziende ed enti di nomina politica a tutti i livelli; f) per il taglio delle spese di funzionamento delle istituzioni; g) per un più rigoroso ed effettivo controllo dei bilanci dei partiti politici e degli altri soggetti che beneficiano di sovvenzioni pubbliche (giornali compresi), nel quadro di una revisione della legge nazionale di finanziamento dei partiti.

Un partito sardo e per la Sardegna
Io credo che in Sardegna il Partito Democratico (quello che credo dovrà chiamarsi “Partito Democratico Sardo”) dovrà fare qualcosa di più: dovrà partecipare sì al progetto nazionale, ma mettendo in primo piano le ragioni della Sardegna.
Questa è la nostra principale responsabilità: se sapremo ben rappresentare le ragioni della Sardegna, sapremo considerare meglio le ragioni dell’Italia e se sapremo costruire un avvenire migliore per la nostra regione, sapremo contribuire meglio a costruirlo anche per il nostro Paese.

E quali sono queste ragioni? Io credo che sia necessario attingere all’esperienza compiuta in questi ultimi anni, riferirsi alla battaglia che tutti insieme abbiamo fatto, la Regione per prima, intorno ad alcuni punti irrinunciabili.
Portare avanti queste ragioni deve essere semplicemente un’azione del governo della Regione o deve essere un’azione condotta con piena consapevolezza dal Partito Democratico sardo?
Un’azione sul riequilibrio delle servitù militari, un’azione sul pieno rispetto del nostro Statuto dell’autonomia laddove parla per esempio della compartecipazione al gettito fiscale, deve essere solo del Governo regionale; non deve forse nascere dalla consapevolezza che è lo Statuto a stabilire l’autonomia impositiva della nostra regione e come è noto, dopo decenni, rimaneva inutilizzata la possibilità di imporre delle tasse sull’ambiente? E laddove ci si dota di una politica sull’ambiente, non è forse necessario dotarsi degli strumenti indispensabili per portarla avanti e garantire un riequilibrio territoriale tra coste e territorio?
Credo che il Partito Democratico sardo si debba fare portatore e promotore di queste ragioni, che debbano fare parte del suo programma e della sua specifica proposta politica.

I valori: l'ambiente
Proprio il tema dell’ambiente di cui ci siamo occupati in questi ultimi anni deve essere un tema del Governo regionale o deve stare nel Dna del Partito Democratico?
In che Paese vogliamo vivere? In un Paese come quello che abbiamo conosciuto dove c’è ancora il sole, il cielo, l’aria, le stagioni, sufficientemente in ordine, la campagna, le coste, i paesi, o in un Paese distrutto e desertificato?
Vogliamo ancora parlare delle coste della Sardegna così come le abbiamo conosciute o delle coste della Sardegna invase dagli scarichi delle petroliere, dal catrame o dal liquame delle barche? Insomma , l’ambiente è un aspetto marginale dell’azione del governo della Regione o è un tema fondativo del Partito Democratico sardo?
Io credo che lo sia e credo che dobbiamo porci dei principi chiari: immaginare lo sviluppo della nostra regione, immaginare di creare un posto di lavoro per tutti quelli che lo cercano, ma senza compromettere la qualità dell’ambiente e i grandi valori ambientali, senza mettere a rischio la possibilità per tutti noi di vivere bene nel nostro territorio, senza lasciare debiti a chi verrà dopo di noi e dovrà pulire, smaltire, risistemare e correggere i disastri del passato.

Quindi i temi dell’ambiente, delle coste, della campagna, della città, dell’acqua. Che cosa penserà, ad esempio, il nuovo Partito Democratico sardo sull’acqua? Vorrà dire o no una parola definitiva su questo argomento? Vorrà o no scrivere nel suo programma che l’acqua appartiene a tutti, che è un bene pubblico fondamentale come l’aria, e che deve essere dell’intera comunità sarda, gestita innanzitutto per l’intera comunità sarda come un bene comune, tutta assieme.
Io credo che non ci possa essere profitto o economia del profitto nella gestione dei beni pubblici fondamentali: come l’acqua, come l’ambiente. Mi piacerebbe sentir dire la stessa cosa anche dagli altri candidati alla segreteria regionale.
Cosa ha da dire il Partito Democratico sardo sull’energia, sulla rete elettrica regionale, sul fabbisogno di energia nella nostra regione? Abbiamo discusso animatamente sull’energia eolica, insieme alle altre energie rinnovabili. Io penso che la Sardegna sia e possa sempre più essere un esempio per l’Italia: sul risparmio energetico, sull’utilizzo efficiente dell’ energia, sulla produzione di energia rinnovabile, sull’abbattimento delle emissioni di Co2. Ma questo può essere fatto senza una consapevolezza regionale, lasciandolo alla disponibilità e discrezionalità di ogni singolo sindaco? Qualcuno si è lamentato perché la legge finanziaria regionale toglie ai sindaci la possibilità di decidere autonomamente dove fare un parco eolico. Mi domando: una simile dislocazione può essere lasciata all’iniziativa dei singoli comuni, o non ci deve piuttosto essere un progetto regionale?
Un bene pubblico come il vento, che può diventare una risorsa energetica fondamentale - e lo sarà nella nostra regione - deve essere lasciato alle speculazioni private o può essere utilizzato per il bene comune?

I valori: la conoscenza e i beni culturali
Altri temi. La conoscenza, il valore dell’istruzione, non sono forse le uniche opportunità per essere presenti, essere parte attiva, nei processi culturali, di crescita in cui tutto il mondo è coinvolto? Non è forse questo il momento di affermare la centralità dell’istruzione pubblica, di affermare il diritto dei ragazzi sardi di frequentare, fino ai sedici anni, una scuola di qualità che dialoghi con l’Europa, con il mondo?

Conoscere, studiare, comunicare con il mondo, solo così potremo vincere la sfida per il nostro sviluppo. E dovremo farlo senza rinunciare al valore della nostra identità, dei nostri saperi, delle nostre tradizioni. Il Partito Democratico sardo ha qualcosa da dire sul valore dell’identità sarda? Di un’identità da costruire, di un’identità in divenire ma che comunque ha una cultura di millenni, ha una tradizione linguistica, musicale e letteraria.
I beni culturali, per esempio. E’ un tema che riguarda solamente noi o è un tema imprescindibile anche nel confronto col Governo centrale e con lo Stato? Ed è un tema da poco stabilire chi governa i siti archeologici e il patrimonio dei beni culturali della Sardegna? Dire che forse siamo in grado di farlo noi, che vorremmo tutelare e governare noi il nostro patrimonio culturale e farcene carico, magari assicurando una gestione e una cura migliore di quella che c’è stata fino ad adesso?
Ci voleva un governo della Regione per dire che in Sardegna 30 anni fa sono stati riportati alla luce i giganti di Monti Prama e che da 30 anni aspettavano i fondi per il restauro? Ed è una cosa che deve essere lasciata alla sensibilità di un governo regionale o il Partito Democratico sardo avrà qualcosa da dire in materia di autonomia nella tutela e nella valorizzazione dei beni culturali della Sardegna?
Quando è stato approvato il Piano Paesaggistico Sardo, il governo di Berlusconi ha impugnato la legge regionale davanti alla Corte costituzionale, dicendo che non avevamo il potere di legiferare in materia di tutela ambientale, perché è una materia che la Costituzione assegna alla competenza dello Stato. Il Partito Democratico sardo avrà qualcosa da dire su questo? Dirà che la tutela dell’ambiente ci riguarda e che non vogliamo lasciarla totalmente nelle mani degli altri, o nel disinteresse degli altri? Vorrà rivendicare un’assunzione di responsabilità su temi come questi?

Il modello di sviluppo e la societa' sarda
In questi anni abbiamo parlato a lungo di modello di sviluppo. Purtroppo lo abbiamo fatto molto spesso nel chiuso del Consiglio regionale. Troppo poco fuori dal Palazzo. Ma il modello di sviluppo non è argomento riservato al Presidente della Regione pro tempore, alla sua Giunta, o al massimo al Consiglio regionale.

Riguarda tutta la società sarda, le attuali e soprattutto le future generazioni. Quale modello di sviluppo sarà scritto nel progetto del Partito Democratico sardo? Immagineremo la Sardegna come un paradiso delle vacanze? Che tipo di società abbiamo in mente?
Io non credo nella società del turismo e non credo nei paradisi delle vacanze. Io non credo in una società senza industria, senza agricoltura o allevamento, senza agro-industria. Io non credo in un’economia che sopravvive senza un livello d’istruzione superiore, senza un livello di conoscenza superiore, senza ricerca, universitaria e non.
Io credo in un modello di sviluppo che valorizzi i saperi tradizionali della Sardegna, che parta dalla natura, dalla felice diversità della Sardegna, da quel nostro grande patrimonio storico-culturale ed archeologico, dai saperi tradizionali dell’agricoltura, dell’allevamento, dell’artigianato, dalle tradizioni.
Io credo in un modello di sviluppo, anche, che valorizzi l’industria esistente, che sappia rafforzarla, che sappia darle un tributo di maggiore competitività, e che sia in grado di far nascere nuova industria.
Il nostro modello di sviluppo può essere ridotto al solo raggiungimento di un dato livello di crescita del PIL o delle altre variabili legate al reddito? Non è più giusto affermare e sostenere un’idea di benessere al cui centro sono la qualità della vita e le reali condizioni di esistenza delle persone; e dove il livello del reddito individuale è solo una delle componenti? Uno sviluppo che renda possibile per ciascun individuo la realizzazione del proprio progetto di vita; dove la giustizia sociale, l’equità si concretizza come libertà delle persone di scegliere; dove il ruolo della politica e delle istituzioni è nel sostegno e nella promozione delle responsabilità individuali piuttosto che nell’assistenza e nella protezione.

La solidarieta'
Il grande debito che tutti noi abbiamo con i partiti della tradizione storica è che attraverso loro anche gli ultimi hanno avuto voce. E questa eredità il Partito Democratico la deve cogliere appieno. Un Partito che è attento verso chi ha difficoltà maggiori, perché una società cresce se tutti vi partecipano, se tutti hanno una voce; se chi è più veloce aspetta chi lo è meno, se viene affermato il senso etico di ogni comportamento.

Il sito dell’ISTAT dice che nel 2050, fra 40 anni, la Sardegna anziché avere 1 milione e 640 abitanti ne avrà 1 milione e trecentomila, perché non facciamo abbastanza figli. Interessa al Partito Democratico sardo sapere quanti saremo fra 40 anni? Gli interessa o no se non solo i paesi dell’interno ma tutta la Sardegna si va spopolando?
Ci interessa avere piena consapevolezza che forse dobbiamo mettere al primo posto la necessità che la nostra famiglia non muoia con noi ma continui a crescere, che crescano dei figli, che arrivino delle nuove generazioni e la nostra casa rimanga piena invece che svuotarsi come un albero secco?
E se è così, l’immigrazione è solamente un problema di qualche sindaco, dell’area attorno al porto in cui gli immigrati sbarcano? Il nostro solo problema è che, una volta arrivati, li dobbiamo mandar via il più presto possibile? O forse è un’opportunità, un’opportunità che va governata e gestita, che va regolata, di cui farci carico? E il Partito Democratico sardo cosa ha da dire in tema di immigrazione, in tema di evoluzione demografica della nostra Regione?
Noi siamo fra quelli che rimandano in mare la gente o siamo fra quelli che la accoglie? Siamo fra quelli che sono stati accolti e che a volte si sono lamentati, da emigrati, della difficile accoglienza ricevuta. Ne vogliamo trarre qualche insegnamento o facciamo finta di nulla? Siamo fra quelli che vanno a chiedere aiuto allo Stato o pensiamo che sia una responsabilità nostra? Io credo che sia una responsabilità nostra.

Il lavoro e le condizioni per crearlo
Ce lo diciamo sempre: la Sardegna è un posto meraviglioso in cui vivere. Se si ha un lavoro, magari sicuro e possibilmente buono, è difficile trovare posti migliori, c’è un bel clima e abbiamo molti lussi gratis: bei posti dove poter andare al mare, in campagna, in montagna. Peccato che ci sia un sacco di gente che cerca lavoro e non lo trova.
Non può appartenere alla discussione della Giunta regionale, alla discussione di pochi, la definitiva consapevolezza che non ci sarà sviluppo e non ci sarà lavoro se non valorizziamo la nostra cultura, la nostra storia, le nostre ricchezze e i saperi.
Non ci sarà sviluppo duraturo se non saremo capaci di tutelare il grande patrimonio ambientale, di fare un salto culturale nell’acquisizione di nuovi saperi, nuove conoscenze, di un maggiore livello d’istruzione. Io credo che questo si possa dire in maniera definitiva dentro il Partito Democratico sardo.

Altrimenti, di che tipo di lavoro parliamo? Credo che prenderemmo in giro la gente, se dicessimo che stiamo lavorando per fare si che tutti abbiano un lavoro senza seguire un percorso di sviluppo, senza la consapevolezza e quasi la crudeltà con cui occorre dire alla gente che nuovi e migliori posti di lavoro non si otterranno se non con un migliore livello di conoscenza e di istruzione.

La cultura del lavoro, la cultura dell'impresa
Il governo della Regione deve lavorare sulla scuola e promuovere l’impresa. E dentro i partiti quale ragionamento si porta avanti sull’etica del lavoro e dell’impresa? Oggi ci sono sempre più sardi che rifiutano il lavoro, o un certo tipo di lavoro: si è iniziato a rifiutare quello in agricoltura, i lavori usuranti come ad esempio quello nelle cave, nelle segherie e in alcune attività artigiane particolarmente difficili. Oggi molti imprenditori hanno difficoltà a trovare manodopera in edilizia, in alcuni settori artigiani; nei centri commerciali non si trovano commessi e commesse perché si lavora anche il sabato e la domenica; ci sono difficoltà a trovare manodopera quando il lavoro comporta un turno.
La Regione ha dato un contributo importante per sostenere la crisi di una fabbrica eppure, il giorno della riapertura, un numero esorbitante di operai non si è presentato al lavoro.
Si può dire allora che dobbiamo impegnarci per affermare l’etica del lavoro? Che se non ci saranno la cultura e la responsabilità del lavoro, non sarà sufficiente la buona politica della Regione, delle Province e dei Comuni?
Ritengo che questo sia un tema che i partiti hanno la responsabilità di portare avanti, discutendone insieme alle organizzazioni sindacali e a tutto il resto della società.
Il lavoro nasce dalla disponibilità e dall’offerta. E l’offerta del lavoro la fa l’impresa. Il Partito Democratico sardo ha delle cose da dire sulla cultura dell’impresa?
Si è sempre detto che in Sardegna non esiste. Non ci sono imprenditori che rischiano, che mettono a repentaglio un po’ di sicurezza, di capitali e anche un minimo di agiatezza, che hanno il piacere di vedere nascere una linea di produzione, di vedere un capannone che apre e le persone che ogni mattina si recano a lavorare, che hanno la soddisfazione non soltanto di guadagnare ma anche di vedere il loro progetto che va avanti, animato dal lavoro della gente, dai prodotti negli scaffali, dalle conquiste di mercato.

La propensione naturale a fare impresa è oggi la ricchezza di paesi come la Cina e l’India, la loro grande capacità di innovare, fare ricerca, trasformare l’innovazione in nuova impresa, lavoro e conquista dei mercati. E per ogni impresa che nasce, altre due ne nascono. Perché questo non succede in Sardegna e in Italia?
Io credo che sia accaduto tutto troppo in fretta: i nostri genitori, che hanno mandato a scuola la nostra generazione, sono partiti da zero, hanno fatto sacrifici enormi, con in mente un modello di riscatto sociale che doveva condurre i figli verso il lavoro del professore, del preside, dell’impiegato statale o al massimo del medico. Il pastore che con grande sacrificio mandava il figlio a scuola, non lo faceva iscrivere alla facoltà di Agraria per poter creare una bellissima impresa agricola, ma preferiva che lavorasse alla Regione o diventasse un avvocato proprio per non occuparsi più dell’impresa agricola. L’artigiano non pensava di aiutare il figlio a diventare ingegnere affinché la sua piccolissima officina diventasse un’impresa o una piccola impresa.
I nostri genitori non avevano in testa il modello dell’imprenditore. E oggi cosa preferirebbero i genitori sardi? Un figlio che diventi un dirigente della pubblica amministrazione o che invece si dedichi a far nascere un’impresa, che usi il proprio bagaglio di sapere per creare il lavoro per sé e per gli altri?
Questi sono temi che non possono essere lasciati al governo della Regione e nemmeno solo a chi ha responsabilità istituzionali ma devono essere fatti propri da un grande partito, in modo che diventino parte del bagaglio culturale delle famiglia e dei giovani, altrimenti continueremo a parlare di un modello di sviluppo che nessuno prenderà in mano e realizzerà.

Il Partito democratico e il progetto di un popolo
In conclusione vorrei che il Partito democratico sardo facesse politica bene, con un progetto per la Sardegna nei prossimi decenni. Vorrei che avesse in mente in modo chiaro chi siamo, quanti siamo, come dobbiamo sostenere le nascite, come dobbiamo accompagnare l’immigrazione, come vediamo questa Sardegna, con quale cultura, con quale lingua, con quale valorizzazione del passato; come costruiamo il futuro; come garantiamo un posto di lavoro a tutti e come garantiamo un posto di lavoro migliore a tutti, più sicuro nel senso che chi esce di casa ogni giorno per andare a lavorare deve potervi rientrare vivo e più sicuro nella certezza che quel posto di lavoro non sarà perduto da un momento all’altro.
Il Partito Democratico sardo deve diventare per queste ragioni un progetto di popolo come è accaduto in altri importanti momenti storici quando si fondarono i progetti di un popolo che, pur immiserito dalla guerra, riuscì con la Rinascita, a fare i primi passi per la modernizzazione della propria regione. Non diversamente oggi dobbiamo agire davanti a questi cambiamenti epocali.
Il Partito Democratico deve essere in grado di metabolizzare un progetto per la Sardegna e di portarlo avanti, di consegnarlo a chi ha responsabilità politica, alle famiglie, al Paese, alle imprese, a tutti i giovani; consegnarlo alle organizzazioni dei lavoratori e dei datori di lavoro, perché se ne approprino, lo condividano, lo portino avanti.

Io credo che questi sono i temi che dobbiamo affrontare per primi; sono quelli che interessano me e sardi. Sono i temi ed i discorsi che dovremo affrontare nelle prossime settimane; forse non abbiamo fatto abbastanza negli anni scorsi certamente dovremo fare di più. Sono questi i temi di cui si deve impossessare la politica, perché se non se ne impossesserà la politica non se ne impossesserà nessuno, e la Sardegna rimarrà indietro e regredirà.
Facciamo assieme il percorso dei prossimi decenni sia chi non viene da una esperienza nei partiti tradizionali sia chi viene dai partiti politici che hanno messo la loro tradizione, la loro storia, i loro valori, le loro conquiste al servizio di un progetto nuovo per l’Italia, per una Sardegna nuova. Facciamolo assieme, non contro nessuno.
Il Partito Democratico sardo per essere anche altro rispetto al passato deve nascere sui presupposti della partecipazione democratica, deve attrarre i giovani, chi dai partiti è stato troppo a lungo lontano.
Vorrei che nascesse in questo modo. Sono sicuro che lo vogliono in tanti. Vorrei che si fondi sui temi che sono troppo importanti perché vengano lasciati semplicemente a un governo della Regione o al Consiglio regionale o alle forze politiche. Essi sono parte integrante dell’intera società sarda.
E allora non contro nessuno, ma insieme a tutti, non per dividere ma per unire.

Renato Soru

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