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Ia u’ lampu!

2:17 pm Scrivono di noi

W la Scuola

Commentare a conclusione dell’anno scolastico, i lavori presentati da allievi e insegnanti della Scuola primaria dell’Istituto Comprensivo di Villaurbana non è facile. I saggi appassionati della ricerca sul nostro mondo tradizionale, apprestati su intrecci, impasti, modelli, hanno infatti interessato una pluralità di temi, quanto una varietà di interventi, affatto attesi.

Per la percezione, nel nostro presente comunitario, della sua cultura abitativa, artigianale, pedagogica, sociale, etc.. rappresentano un rapporto sullo stato delle cose e la condizione della nostra identità storico culturale. Basterebbe questo motivo per inviare loro il nostro riconoscimento, per questo (pur frettoloso) progetto didattico regionale.

Di fronte all’impegno delle tante persone, che l’hanno animato, alle fatiche di una annata difficile ed impietosa, per la scuola pubblica e locale in particolare, questi lavori suscitano e stimolano un apprezzamento autentico, per gli indirizzi proposti e per i risultati raggiunti.

Si tratta di una sontuosa occasione di riflessione offerta alla comunità, per guardare ancor più alle implicazioni dei suoi doveri e della sua azione educativa. Nel far propri e leggere in questi materiali i suggerimenti, le idee, che la fusione dei mattoni, il montaggio di immagini e musiche, le recite, propongono: apertamente assalgono tanti proponimenti, capaci di smuovere sentimenti e passioni.

Approfondire lo studio, sviscerare con gli occhi dei bambini il modello abitativo, educativo e socio culturale comunitario, vuol dire trasferire le pareti dell’aula e ricrearle fuori dalle mura scolastiche, e investigare saperi tangibili. Impicciarsi col mondo, chiedergli attenzione, incentrando la didattica su complesse procedure, guardando alla scuola impropria del mondo tradizionale, che va dai materiali di base fino alle finiture.

Significa incoraggiare concretamente aspetti centrali della sfera percettiva degli allievi. Prendere coscienza delle troppe distante generazionali. Iniziare a guardare i tanti passi perduti dalla comunità, metterli insieme in un non facile ragionamento, per allestire quella che può benissimo individuarsi come una occasione di riflessione per tutti.

Dunque limitarci ad esprimere conforto per le fatiche che mattone per mattone rivelano, agli occhi e sopratutto alle mani di allievi e insegnanti, non deve appagarci. In tempi nei quali ogni luogo va facendosi eguale, (comprese le rapine che ci accomunano a tante altre comunità), ritrovarci senza o perdere la nostra identità, espropriati dei materiali, fisionomie, coscienze, processi operativi, è una faccenda che contributi come questi, arginano, e che rilanciano offrendole all’esame di tutti.

Vedere la esposizione dei materiali relativi alle nostre tradizioni culturali, paesaggistiche, coglierli attraverso una sensibilità capace di distogliere, lo sguardo panoramico e passare alla osservazione sensibile del dettaglio. Significa educare, qualificare insieme considerazioni e codificare i sentimenti di chi ha vissuto, riflettuto, sui cambiamenti, le trasformazioni, le incoerenze arrecate al patrimonio storico, edilizio e architettonico, antropologico.

Sparigliare il puzzle smontare l’evidenza, restituire complessità alla vita stessa.

Seguirne l’itinerario, percorrerlo assieme agli allievi, riuscendo a raggiungere una proposta analitica suggestiva, per le tante indicazioni emerse, diremo si presenta seducente e progettuale.

Intanto perché nel Deserto dei Tartari, le armate incombenti dei mongoli, per una volta, invece che essere attese dovranno attendere. Cogliere il frutto del confronto delle nostre genti con la scarsità delle risorse. Coltivare, assieme agli allievi la freschezza dell’apprendimento di cose originalissime, seminando nel loro apprendimento, briciole di sensibilità umana, per quando saranno adulti, non è soltanto una prova di amor proprio, né del proprio lavoro. Fa sì che sul nostro orizzonte, si sospenda, ciò che lassismo, distrazione, arroganza, cercheranno di spegnere nei nostri bambini.

Affidare loro la memoria comunitaria, disegnare un processo meno frammentario del loro apprendimento, non incontra solo la nostra simpatia. Evidenzia la necessita di un lavoro sistematico e approfondito sui sedimenti storico culturali che ancora affiorano nella nostra piccola comunità, prima che la mano, impietosa della modernità, con la sua superficialità li sovrasti in nome del nuovo, rimpiangendoli per sempre.

Nei modelli ricostruiti da maestri e allievi, non c’è nostalgia; alla integrazione dei materiali, immagini e musica, ostano non poco le tante rimozioni e le molte violenze. Le note di commento, non si trovano facilmente, per ciò che blocchetti prefabbricati e cemento armato, e altre deturpazioni, procurino al nostro corpo, alla nostra coscienza, spesso senza accorgerci. Solo la gravità di un pianoforte, legittimamente riesce ad esprimere il distacco, tra questa realtà e la consapevolezza di sé.

Quando l’identità, chiede per chi suona la campana, impone al tempo, l’urgenza e la bontà di queste iniziative. Indica come in questo progetto, fare scuola, è sporcarsi le mani, contagiarsi l’umorismo, impiastricciarsi, crescendo limpidamente. La mente spesso rigida, deve ricorrere all’informalità e le cose lì non hanno prezzo, ritorna la mutualità, s’aggiudu torrau …

Il divertimento costruisce sotto gli occhi dei nonni e delle nonne, opere che fanno bene al cuore. Esercizi di apprendimento che allungano la vita non solo a Ziu Terenziu, ma anche al fervore e alla mitezza di tutti quelli che hanno collaborato.

Vien da dire cos’è tutto ciò, se non il compiersi commovente dei doveri della scuola, che arricchisce la speranza e la fiducia nel futuro? In quegli edifici che si conservano, per anni. In quelle voci che ricordano, filastrocche, ninne nanne. In quegli occhi che si sciolgono in dolcezze innarrabili, sta il bianco e nero straziante del nostro presente.

Quando la scuola coglie questa integrità, interrogando se stessa, il suo ruolo di fronte ai materiali storico culturali e umani che ha intorno, svolge una funzione non supplente, ma sostitutiva, dell’opera delle altre “istituzioni”.

Eppure dovrebbe essere evidente quando essa si ingegna, cosa desta: l’allegria nei volti, l’armonia nei corpi, la resistenza del linguaggio, l’energia dell’ironia. Se non vengono scomposti, divisi, in compartimenti, essi ci illustrano la forza delle generazioni, che si fa gioco delle rigide mansioni, dei bassi interessi e dei nostri saperi settoriali.

Quando la scuola, parla della tutela e della conservazione, dell’architettura tradizionale, delle pratiche e dei saperi, della storia, della cultura locale investe la responsabilità di tutti. Riesce a mettere in gioco non solo se stessa. Libera, fa prorompere, il bisogno di una attenzione concreta ai suoi impegni ed accresce il valore della sua funzione.

E’ vitale, allora prestare attenzione alle sue risorse umane e didattiche, ai suoi mezzi, alla sua organizzazione, al capitale sociale che nel suo insieme esprime, verso una fase anagrafica e pedagogica strategica per il futuro della comunità.

Se questo drappello di maestri e personale scolastico villaurbanesi (e non) continuerà questi lavori, essi potranno scuotere le incrostazioni della comunità. Allertando l’urgenza di un processo di documentazione della condizione dei saperi esperti espressi dalla tradizione. Oltre i suoi doveri istituzionali, la responsabilità sociale di tutta la comunità, può nutrirsene e potrà riprendere ad educare, come e quanto faceva (spontaneamente ma mirabilmente) il mondo tradizionale. In tempi cambiati e certo più disarticolati, a piedi scalzi come al solito, vediamo pieni di fiducia i passi incerti di questa scuola incamminarsi con la speranza, verso un nuovo e più attento modello educativo.

Se non si farà irretire da facili scorciatoie, siamo certi libererà finalmente uno Ia u’ lampu!!! Corale e comunitario, in cui finalmente troverà lo stupore e l’adesione di tutti.

sebastiano

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