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  • Roma, 11 giu. (Apcom) – Romano Prodi nega la possibilità di un suo ‘ritorno’ alla guida del centrosinistra, adesso tocca ad “altri” e i “giovani” devono farsi spazio anche “cacciando a calci” la classe dirigente attuale, perché “il politico di mestiere non può lasciar spazio ad altri”. L’ex premier parla a Repubblica Tv e, rispondendo alle mail degli ascoltatori che lo sollecitano a tornare in campo, spiega: “Ruoli politici li ho coperti quando mi sentivo di coprirli, ho vinto due volte le elezioni, due volte non è finita bene, nel senso che si è interrotto uno sforzo. Credo sia giusto che altri facciano questo mestiere”.
    “Io continuo – aggiunge – a cercare di essere attento a quello che accade, a fare un minimo di richiamo morale sui problemi che si pongono. E ho enorme fiducia nei giovani, secondo me qualcuno salta fuori… Vedrete!”. Il vice-direttore di Repubblica Massimo Giannini ipotizza che forse bisognerebbe cercarli dei giovani da lanciare come futura classe dirigente. “No – replica Prodi – non bisogna cercarli, debbono saltar fuori. Fargli spazio? No, se lo debbono trovare”.
    “Chi ha mai fatto spazio agli altri?!”, insiste Prodi. “Io in politica posso far spazio perché ho un altro mestiere, vivo benissimo… Ma il politico di mestiere non può lasciar spazio agli altri, deve essere cacciato a calci. Succede così in tutti i Paesi del mondo. L’idea che bisogna che siamo noi a pescare i giovani, non mi convince. Vedo invece una banda di ragazzotti che si mette assieme e… e se succede, c’è un godimento fantastico. Ci sono momenti in cui bisogna scrostare le cose”.
    11 giugno 2010

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  • Da Stefano Pisu presidente del Comitato festeggiamenti in onore a Santa Margherita ricevo e volentieri pubblico la seguente lettera indirizzata a tutti i compaesani di Villaurbana:

    Comitato per i festeggiamenti di Santa Margherita

    Cari Cittadini,
    il 20 Luglio, come ormai da tradizione, si celebrano i festeggiamenti in onore della patrona Santa Margherita e come ben sapete, da qualche anno, il presidente del comitato viene indicato dal consiglio pastorale che è composto dai rappresentanti di tutti i gruppi che ruotano attorno alla parrocchia.
    Il presidente ha poi il compito di scegliere i suoi collaboratori che andranno a formare il comitato. Quest’anno sarà composto esclusivamente da ragazzi che già fanno parte di alcune associazioni giovanili. Lo stesso comitato si occuperà anche dell’organizzazione dei festeggiamenti del 15 agosto.
    Ci attende un compito non difficile ma complicato perché accontentare i gusti di tutti non è sempre facile. Allo stesso tempo pensiamo diventi una piacevole sfida, in cui Villaurbana veda che anche i suoi giovani, con un po’ d’impegno, sono capaci di formare un comitato e organizzare qualcosa che speriamo sia di vostro gradimento.
    Come per qualsiasi manifestazione si ha bisogno del contributo economico di tutti i cittadini. Sappiamo molto bene che il periodo di crisi che stiamo attraversando, non solo ci sta diminuendo le risorse essenziali per vivere, ma forse ci sta togliendo anche la voglia di sorridere e di divertirci. Ecco perché abbiamo deciso di passare per la questua una volta al mese, di modo che abbiate la possibilità di dividere la vostra offerta nei prossimi 4-5 mesi.
    Tra le iniziative per racimolare qualche soldino stiamo organizzando una lotteria che chiameremo “Lotteria degli animali” proprio perché avrà in premio degli animali.
    Inoltre pensiamo di creare un conto corrente o la ricarica di una prepagata per tutti i cittadini che volessero scegliere questo metodo di finanziamento e per tutti gli emigrati che altrimenti non avrebbero modo di contribuire.

    Ora non vogliamo svelarvi il programma delle feste ma vi anticipiamo che per Ferragosto faremo una due giorni dedicati all’Arte Bianca dove tutti voi, come singoli o come associazione, avrete la possibilità di mettere in mostra e di vendere i prodotti tipici di Villaurbana, a cominciare dal pane fatto in casa e i dolci tradizionali, fino a quelli agro-pastorali e artigianali.

    Siamo certi che, come sempre, Villaurbana risponderà con impegno ed entusiasmo e nell’augurarvi Buona Festa vi porgiamo i nostri più sinceri…

    Arrivederci a casa vostra!

    Il Comitato ______________________________ Il Presidente
    I giovani di Villaurbana ______________________ Stefano Pisu

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  • Giovedì 8 Aprile alle 21, su Teleregione Sardegna, va in onda la seconda parte dello spettacolo musicale “Sa Menzus Zente”, registrato a Villaurbana il 13 Marzo.
    Nicola Cancedda sul palco dello spettacolo "Sa Menzus Zente"
    Lo spettacolo, che ha fruito del contributo economico della Provincia di Oristano e del Comune di Villaurbana, ha consentito al pubblico presente di poter gustare in una sola serata buona parte delle più affermate voci artistiche del panorama musicale isolano.

    I Tecnici di Teleregione mentre registrano la serata dello spettacolo SA MENZUS ZENTE.

    I Tecnici di Teleregione mentre registrano la serata dello spettacolo SA MENZUS ZENTE.


    La serata ha avuto anche un aspetto di impegno sociale in quanto la casa discografica e agenzia spettacoli “Zente Noa”, promotrice dell’evento, si è impegnata a devolvere una discreta somma di denaro a favore del reparto pediatrico del Gaslini di Genova.

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  • Da Sebastiano Chighini ricevo e volentieri pubblico quanto segue:
    I fuochi di luglio
    Abbiamo assistito, nei giorni del 23 e 24 luglio, alle modalità con cui, il fuoco ha manifestato la sua natura e
    la sua antica fisionomia. Infida e implacabile, nel suo volto assurdamente attuale; segnato nei mass media e
    nell’opinione pubblica, da categorie culturali ormai troppo ancestrali per distogliere, dai nostri occhi la
    troppa o estrema facilità con cui ha prodotto una devastante distruzione di compendi, umani e naturali.

    Son trascorsi secoli da quando il fuoco era l’assassino, il seminatore di tragedie. Dove la cultura del fuoco era
    la parodia viva in terra, dell’inferno. Sempre presente a ricordo del “grande teatro dei tormenti”, le sue
    “rappresentazioni agghiaccianti”, argomentava Camporesi, da finissimo osservatore, son divenute desuete,
    “la lunga trionfale stagione” delle fiamme giunge ormai a termine.
    In effetti, oggi non spaventa più, dominatore della scena cristiana per duemila anni, l’inferno figurato, è un
    punto di riferimento desueto. Indispensabile nell’Europa medioevale e moderna, protagonista di innumerevoli drammi spirituali, collettore di terrori e di spasimi; inesauribile deposito di angosce e di
    incubi; potente macchina di condizionamento; continuamente perfezionata e aggiornata durante i secoli.
    Nelle sue rappresentazioni odierne dunque è solo una creatura agonizzante e l’accanimento terapeutico per
    ridestarne i fasti, non è minimamente capace in termini moderni, neppure di allarmare uomini e donne.
    Proprio mentre sul fronte del fuoco ci si accorge che gli inferi, hanno senso solo in rapporto all’alto, come la
    lucidità, la chiarezza ha una sua realtà nella prospettiva delle tenebre. Anche per il fuoco i viaggi dell’uomo
    verso l’alto, le sopravvalutazioni dell’alto, hanno reso desuete e inutili le discese verso il basso, sul terreno.
    Cosi ci appare il presente, e si sa quando un inferno si chiude, anche il paradiso entra in liquidazione.
    La tensione con cui ci si è avvicinati all’inferno delle fiamme di luglio, non si palesa come uno dei gravi
    problemi che aggredisce in profondità le coscienze.
    In Sardegna quello degli incendi estivi, salvo alcune immagini davvero drammatiche, mostra ancora una
    forma nei suoi segni caricaturale. Non riesce più ad avere il volto dal passato antico, non atterrisce più. La
    descrizione dei sermoni medioevali, diciamolo è divenuto un paradigma stantio, “attivo” per la cronaca dei
    mass media e per “i poveri cristi”, sintonizzati con quel passato.
    Non trascuriamo, nè sottovalutiamo gli attimi brevi e dolorosissimi, che sono stati per tutti, né quello che
    hanno provato a poca distanza, le persone morte, i feriti, i tanti animali bruciati, lo spavento di anziani e di
    bambini, in quei giorni di luglio.
    E’ del dopo, di ciò che del resto abbiamo successivamente visto tornare, che ci vogliamo occupare, come una
    replica estiva, quasi esausta, con le sue forme ripetitive, di impotenze varie, di lassismi, di dormitori, di
    abbandoni, di scetticismo.
    Crediamo proprio a partire da tutto ciò, sia utile riflettere. Credere non più possibile vederlo ancora in questo
    modo. Soprattutto sono convinto, oggi abbiamo strumenti culturali per controllare le desuete paure, ma
    soprattutto guardare e non rimuovere lo sguardo ripetitivo e coreografico dei suoi disastri.
    Rivedere e considerare statici i problemi o le tante facies che questi ci propongono, appaiono come il
    bisogno di una condizione culturale ben più ampia da dipanare e da svolgere.
    Considerando meglio gli studi, la razionalità, la conoscenza, la tecnologia per scrutarne i suoi
    comportamenti; la consapevolezza, per definirne la sua natura, la tutela e la nostra sicurezza, per
    circoscrivere una protezione efficace, in maniera assai più chiara cioè : coordinata, contemporanea,
    tempestiva per aree urbane e territori, ci pare un necessario passo avanti.
    Chiarendo quel che la conoscenza del fuoco, dovrebbe rendere: non più una situazione routinaria ed un
    disastro da evitare.
    Scomporre e collocare staticamente sul terreno, la sua duratura pericolosità, senza farsene soggiogare,
    contrastarne la sua complessa natura, evidentemente non può che significare, tollerarne sempre meno le sue
    manifestazioni “secolari”, sostituire a quella immagine che non turba più nessuno, un altra.
    Dovrebbe essere di dominio pubblico che del fuoco se ne possono conoscere ormai gli aspetti tecnici, la sua
    natura processuale, i suoi duraturi e deturpanti effetti. Al fine di apprestare una difesa attiva dai disastri, se
    ne può misurarne l’intensità. In senso tecnico la curva di rilascio termico (energia termica misurabile), la
    prospettiva dell’incendio (cioè quantità di variabili presenti nel focolaio dell’incendio e le sue direzioni
    evolutive), livelli prestazionali (valutazione quantitative e qualitative nelle dinamiche territoriali,
    agropastorali e vegetazionali), il processo performativo che induce (agli operatori in campo), confrontarlo
    con mezzi e tecnologie secondo gli obiettivi da raggiungere), lo scenario che ogni incendio può determinare
    (le sue previsioni pedologiche, orografiche), le dinamiche climatiche, tecniche, umane. Qualificabile per
    eventi chiave (che fanno un incendio unico ed analizzabile nelle sue ripetute caratteristiche), ci permette di
    disporre delle valutazioni. Apprestare con esse uno sfondo previsivo, per mezzo di azioni appropriate,
    secondo la considerazione dei diversi parametri di rischio e la pericolosità in campo, credo che qualifichi
    davvero, la sua natura odierna e quegli aspetti che lo traggono via dalla metafora medioevale.
    “Apprezzare” dunque con gli aspetti specialistici e scientifici la conoscenza del fuoco, definirne la sua forma,
    comporre ciò di cui esso si ordina, le tante fasi analitiche e previsionali, così come le circostanze favorevoli e
    contrarie alla sua diffusione, le contiguità, le simmetrie e le asimmetrie con i tanti fenomeni che gli fanno da
    corollario, affinché esso non sia più atteso “passivamente” a disastri come quelli dei giorni di luglio.
    Definibile nell’oggetto della combustione, chiamandosi di chioma, radente, sotterraneo etc.. crediamo debba
    perdere definitivamente la sua astratta e ancestrale e generale raffigurazione, per apprestarne una, almeno
    comprensibile, nella contemporaneità, quella di un evento complesso, non solo nella sua chimica.
    Ci siamo impegnati in questo testo, affinché si proietti una nuova e più qualificata idea di ciò che significa
    tutela del territorio di fronte agli incendi.
    Tale da indicare modalità e mezzi utilizzabili, a seconda dell’intervento che si appronta; non più
    improvvisata truppa, tantomeno caustica occasione di esecuzioni sommarie, tanto crediamo siano cruciali per
    la sua conoscibilità, gli aspetti collaterali (davvero medioevali) come l’odio (spesso sbrigativo) sui piromani.
    La fiducia che ci anima e che se esso, se sarà correttamente affrontato e conosciuto in uno schema, quello
    previsivo e soprattutto dell’intervento tempestivo. Adeguato al territorio ed ai suoi attuali usi. Non potrà
    essere più la maledizione degli avi. Perché oggi per esso non solo, siamo capaci di operare delle predizioni,
    disegnare degli scenari, lenti o rapidi, inconsueti e specifici, presso ogni luogo in cui lascia la sua traccia.
    Se il fuoco torna ed è tornato con lo stesso passo di sempre, percorrendo e scrutando gli accadimenti del
    passato, (tutti abbiamo visto le fiamme percorrere le tracce del 1983), proietta nelle sue direzioni costanti e
    immutate, la ridefinizione della sua veste medioevale, rendendosi davvero antico e immobile. Tutto ciò
    mostra tutte le nostre debolezze, da memorizzare e capire per intervenire, prima di tutto sulla sua natura.
    Dunque c’è un quadro culturale e documentario degli incendi attuali, da ridefinire, perché esso è nuovo.
    Sulla base di questo va chiarito, non è sufficiente il suo apprezzamento inalterato. Non bastano più le
    mappature, i rimborsi dei danni, il parziale ripristino di potenzialità economiche, ambientali, è qualcosa di
    più complesso che ci deve muovere etc. Queste sono fondamentali per chi è già in sofferenza, è evidente, dal
    momento che diviene cruciale ogni centesimo di euro, su una economia già gravemente prostrata, ma sono
    gesti e tuttavia passi di breve periodo.
    A cosa servirebbe infatti tutto ciò, se non si apprestasse appena dopo, il cambio nelle valutazioni e le
    definizioni pragmatiche, capaci di tutelarci e di tutelare il patrimonio boschivo e naturalistico,
    permanentemente e soprattutto efficacemente ? Cogliere nella sua più moderna pericolosità le nuove e
    basilari condizioni dell’esistenza nostra e del monte, significa avere equilibrio dello sguardo, sulle tante
    fisionomie del disastro prodotto, dare senso ai danni ricevuti dalle piccole comunità sfregiate nel loro corpo
    vivo, di storie e di identità.
    Un incendio non può ritenersi una routine, proprio a partire dai suoi effetti devastanti e indotti da tante
    dinamiche, che hanno trovato una prima sintesi critica nelle polemiche sul mancato intervento aereo, è
    doppiamente deformante.
    Dal momento che esso sul piano diretto (le misere economie locali) come su quello indiretto (le loro
    programmazioni dello loro sviluppo), sul piano culturale (l’irrazionalità e il degrado, oltre all’accrescersi del
    pessimismo) rappresenta l’insieme di un danno devastante.
    Rivedere le più generali circostanze culturali, organizzative, etc che in questi territori si accompagnano, ad
    un evento semplificatore delle tante e molteplici complessità presenti sul territorio, come può esserlo un
    incendio gravissimo, ci pare quindi necessario.
    Prima argomentazione
    Intanto occorre inserire il fuoco almeno in Sardegna nel rango delle calamità gravi al pari degli uragani, dei
    terremoti, allo stesso modo di come e quanto possono farsi deturpanti questi eventi. Non appaia scontata
    elucubrazione, pertanto sistemi di allertamento e di informazione, devono superare la soglia pur apprezzata e
    avvertita, ma non correttamente interpretata, proprio in quei giorni di luglio.
    I mass media debbono togliere ancor più dalla abitudine i suoi effetti. Così come nell’apprestamento serio di
    iniziative varie di natura preventiva, diviene sempre più fondamentale far crescere una maggiore
    sensibilizzazione ed educazione ambientale, indurre una maggiore correttezza ai comportamenti, di
    istituzioni, pubbliche, private, di adulti, giovani, etc. e consolidare l’obbiettivo della fuoriuscita dalla cultura
    del fuoco.
    Cambiamenti climatici, il surriscaldamento del pianeta richiamato proprio dal presidente dell’Onu, sociali
    nella loro globalità, propongono sempre più, ciò che l’accidentalità dei mutamenti, pari alle repentine
    inversioni del vento, del caldo, dell’umidità etc.. Fenomeni altalenanti ed esagerati, ci segnalano ormai tutti i
    giorni, la necessità di un cambiamento culturale, anche per il fuoco. Se si possono prevedere, l’insorgere di
    malattie come peronospora e oidio nei bollettini meteo agricoli, devono dunque entrare nel meteo e
    soprattutto nelle copertine e non solo nelle prime pagine, le conseguenze disastrose degli incendi. Se altre
    aree hanno il centro sismico a diretto contatto dei media, in Sardegna lo deve avere il centro di
    coordinamento della protezione civile e antincendio (altro che privatizzazione).
    Il superamento di questa figurazione culturale del tema del fuoco, ha naturalmente altrettanti suoi caratteri
    informativi e comunicazionali ed ovviamente amministrativi, sanzionatori, organizzativi.
    Così come, attività nuove di ricerca e di studio debbono far crescere istanze preventive e di predisposizione
    corretta all’emergenza, come base fondamentale per l’apprezzamento critico e attuale di tutto ciò che ruota
    intorno all’incendio. Finalmente prendere a ritenere ciò che pare impossibile invece possibile.
    Non possiamo continuare a trovarci dentro una scenario alterato, entro cui manca l’allarme, manca la
    dimensione del disastro realizzato, manca la dimensione della gravità di queste e di altre vicende, manca la
    valutazione complessiva di ciò che rappresenta il fuoco, che invece i mass media possono qualificare presso
    l’opinione pubblica, in questo senso serve un nuovo linguaggio (non banalmente urlato) che ne caratterizzi il
    peso.
    Seconda argomentazione.
    Un’altra categoria da rivisitare, di questa nuova e necessaria ridefinizione di una nuova cultura di contrasto
    degli incendi è la chiarezza con cui sono stati scelti i mezzi aerei per gli interventi, cosi come occorre
    rivedere le variabili per determinare le priorità, del loro intervento1.
    Non sottovalutiamo ciò che è divenuto sempre più in questi anni, il ruolo dei mezzi aerei. La loro utilità, si è
    resa evidente in un territorio ormai non più percorribile, dagli uomini e dai mezzi, così come appare ancor
    più doveroso sul piano della virulenza incendiaria, quanto la loro funzione spesso sia stata determinante, nei
    luoghi impraticabili ormai rispetto al passato,.
    Registrata per altro nei documenti della pianificazione antincendi previsti per il triennio 2008 – 2010 in cui si
    ribadisce “L’efficacia delle tecniche di lotta dipende in larga misura dall’intervento dei mezzi aerei cui si
    farà specifico riferimento nel successivo paragrafo 7.4.6.”2 (… Paragrafo 7.4.6 – Per fronti di fuoco molto
    estesi e in zone ove non è possibile operare con le autobotti, vengono impiegati i mezzi aerei, che agevolano
    il lavoro di spegnimento delle squadre a terra, scaricando la sostanza estinguente (in genere acqua)
    estinguente direttamente sull’incendio.” (Vedi pag. 101/104).
    Sono gli strumenti che hanno assunto presso l’opinione pubblica e anche presso gli addetti ai lavori, una
    funzione centrale nel coordinamento complessivo, sul campo tutti lo abbiamo apprezzato e temuto, vedendo
    il declino della predisposizione e dello schieramento di forze a terra e per la sua sproporzionata strategia
    (economica e di esautoramento delle competenze) di opposizione al fuoco.
    Annessa alla loro funzione, lo sono le attività antincendio di avvistamento e di pronto intervento, davvero
    prioritarie, con cui debbono rafforzarsi, le attività di prevenzione e di controllo del territorio. Segnalare con
    un uso efficace delle tecnologie avanzate, sempre più indispensabili, quali i sistemi di telerilevamento, o
    altri, di osservazione qualificata per l’avvistamento e le pratiche di segnalazione rapida degli incendi. Capaci
    di un accresciuto grado ed efficacia della consapevolezza di tali rilevamenti, nella loro rapidità di intervento.
    La tecnologia si associa troppo frequentemente allo spreco, anche su questo occorre invertire un senso
    comune diffuso, perché essa deve farsi invece un ausilio strategico sicuro. Le lacune tecnologiche e
    specialistiche, logistiche vanno colmate, tale da produrre un recupero della fiducia moderna per la sicurezza
    di tutti, coniugare lo scenario di una nuova cultura, senza dover assistere a disastri e a simil commedie, ci
    pare cruciale.
    1 Presidenza del Consiglio dei Ministri Dipartimento della Protezione Civile Ufficio Attività Aereonautica
    CONCORSO DELLA FLOTTA AEREA DELLO STATO NELLA LOTTA ATTIVA ALLO SPEGNIMENTO
    Disposizioni e Procedure Documento a firma di Bertolaso del 27 maggio 2009 www.protezionecivile.it
    2 Dal Documento di Pianificazione degli antincendi boschivi dell’Ente Foreste della Sardegna pag. 101/104 e 102/104
    Sullo scandalo metallico
    di armi in uso e in disuso
    a guidare la colonna
    di dolore e di fumo
    che lascia le infinite battaglie al calar della sera
    la maggioranza sta
    recitando un rosario
    di ambizioni meschine
    di millenarie paure
    di inesauribili astuzie
    lungo un facile vento di sazietà
    Se tutto ciò non ricade in una azione coordinata, sovra comunale, integrata e legata ai luoghi, ha poco senso.
    Oltre ad una nuova e rinvigorita tutela del territorio, la difesa del suolo e la lotta agli incendi boschivi deve
    strutturarsi e prendere vita su iniziative che guardino ai disastri ambientali, per mezzo di tavoli, cioè
    inquadrate consultazioni permanenti dei vari enti competenti.
    Ma più che una disamina dettagliata della pianificazione e prevenzione, constatiamo ed è gravissima la
    discrasia tra lo stato dei danni e le possibilità dell’intelligenza, tra i risultati disastrosi e i mezzi oggi a
    disposizione dell’uomo, per questo la tecnologia deve essere più che un ausilio.
    La presenza dell’intervento aereo, più di tutto avrà valore, dentro un coordinamento delle azioni, perché è
    stato detto che non si può morire in questo modo, cioè per mezzo di molte irrazionalità che accompagnano la
    manifestazioni di un incendio.
    Verità evidente che tuttavia non si fa pratica, non diviene l’espressione necessaria per chi sta in campagna e
    per chi ha responsabilità istituzionali. C’è un romanzo sperimentale di un nostro scrittore che è stato
    intitolato le Ceneri del Montiferru, la montagna gemella dell’oristanese, in cui un vero evento su cui tutti
    hanno voce, prendono parola, accade dentro l’incoerenza di tutti, essa è più di una metafora letteraria.
    Solo una razionalità plurima, una nuova intelligenza sociale, un impianto coeso, deve prendere in mano la
    situazione, oltre lo sconforto, spingendo ognuno a compiere il proprio mestiere. Che non può più avere i
    suoi picchi nella gestione aggressiva del proprio particolare, né in un acritico rifugio nelle competenze locali
    o settoriali.
    Parlo delle competenze istituzionali, che non vedono il Monte Arci come compendio, di natura e cultura,
    passata e presente, dunque bando ai compartimenti stagni con cui la provincia non ha competenze, l’Ente
    foreste è distante dal Corpo di vigilanza ambientale o dai Vigili del fuoco, o dalle Amministrazioni pubbliche
    in genere, dai cittadini; un cambiamento necessario deve farsi strada, in questi disastri e non attenersi a ciò
    che si prescrive dall’alto autoritativamente.
    Su questo la modularità deve superare i particolarismi, la interoperabilità deve essere efficace, così come la
    capacità di leggere i dati territoriali diversificati; gli effetti delle azioni, debbono avere nelle finalità, una
    fruibilità rivolta agli utenti finali, che del monte vivono e godono del suo valore, aperta agli utenti
    occasionali, secondo terminali diversificati e dunque capace di gestioni integrate.
    Non è inutile sapere che l’aereo, giunge un ora e mezza dopo dal decollo, per svolgere il suo potenziale
    intervento. In questi anni è cresciuto il suo ruolo, fondamentale nello schieramento, divenuto decisivo e
    prevalente nelle forze antincendio. Non dimentichiamoci quanto esso si basi, prima di tutto sulla
    disponibilità di aeromobili, ma non ultima soprattutto sulla disponibilità delle infrastrutture necessarie per lo
    schieramento sul terreno, provviste cioè della attrezzatura logistica necessaria.
    Su questo abbiamo da osservare che non si capisce come possano determinarsi le priorità di invio dei mezzi
    aerei, date le previsioni climatologiche e meteo (pur in cima alla lista dei criteri), è difficile che esse sole
    abbiano a decidere l’importanza prevalente per una distinta condizione geografica (nazionale) ove
    prevalevano in maniera pressochè identiche (nella giornata di giovedi 22 e venerdi 23) le condizioni meteo,
    lo erano in quei giorni per Toscana, Lazio, Sardegna, Calabria, Puglia e Sicilia.
    Dunque ciò, non basta per scegliere. Tantomeno avrebbero potuto salvare il Monte Arci, il criterio
    successivo, indicato nella valutazione di priorità dell’intervento aereo; cioè il criterio dato dal Bollettino di
    Suscettività o l’altro della Base storico statistica, che deponeva una distanza di 26 anni dall’ultimo
    devastante incendio.
    Ciò che verifichiamo e che nella scaletta decisionale, il nostro compendio turistico ambientale straordinario
    del Monte Arci, aveva un indice pressoché pari a zero. Tale è il parametro che si può ricavare dalla lista, che
    avrebbe dovuto dare priorità alla sua salvezza. La scelta cadde di invio dei mezzi aerei infatti su incendi
    esplosi in altri territori, ove si sono evidentemente registrati, incendi più recenti.
    Se così non fosse, occorre riflettere, su come questi criteri agiscono, perché visti così, quei parametri fanno
    ardere per primi i boschi “remoti”, sui quali vige il più antico rispetto. Dove l’aereo (in questi anni
    individuato strumento tecnologico fondamentale) giunge solo a seguito dello spegnimento degli altri focolai,
    dunque ecco perché il Monte Arci finì in coda all’elenco.
    Rincresce e non poco vedere i nostri luoghi distrutti, quando la scelta, non ha ritenuto il nostro Monte affatto
    prioritario, tra i tanti e concomitanti incendi.
    Francamente, la loro disattesa distrazione verso altre località del continente, crediamo o meglio ci fa ritenere
    che la presenza degli aerei i giorni 23 e 24 si sia affidato agli interessi in campo (alle contingenze passate e
    presenti), e purtroppo per noi, sia divenuto notevolmente decisivo, nella priorità dello spegnimento, il peso
    politico della classe dirigente territoriale, evento ben più grave della desueta metafora medioevale.
    Questo naturalmente susciterà delle polemiche, ma evidenzia la debolezza politica dei vari livelli
    istituzionali. Quanto ama il monte, la città di Oristano?
    Per essa è solo un mito di agiografi, di cantori, aedi lamentosi? Buono per essere goduto privatamente,
    spogliato dei suoi valori e sottratto agli stessi abitanti? A questa classe dirigente e ai suoi atti, occorre
    amaramente ammetterlo non subentra neanche l’azione surrogatoria dei dirigenti e responsabili della
    pubblica amministrazione, anch’essi oristanesi. Ecco allora che la debolezza politica e culturale si fa di
    tutti, è stesa come tanti piccoli fazzoletti, lungo i chilometri di boschi, pascoli e aziende incendiate.
    Non sono capaci neanche le dimissioni, provinciali o dei vertici dei vari enti, a dirci con precisione come
    sono suddivise e spezzettate le letali responsabilità. Anche queste si perdono in un poco divertente
    rimpiattino, faccio riferimento solo ad es. alla viabilità di strade che non ci sono neanche in Afganistan. In
    un silenzio che può spiegare, almeno perché se uno alza la voce contro l’altro, ciò possa bastare per sentirsi
    la coscienza pulita, o c’è una istituzione terza, rispetto alle altre due su cui rimbalzano le responsabilità?
    Se queste considerazioni sono corrette, allora diciamo che per la classe dirigente oristanese, si deve aprire
    una nuova battaglia politica. Oltre che per essere presente a se stessa, apprestare categorie nuove, per vedere
    il fuoco sotto una lente nuova, organizzare presso le istituzioni preposte, un nuovo e mai strutturato
    coordinamento. A partire dall’Aereoporto (ancor prima che apra sorti progressive elettorali) deve e doveva
    essere provvisto di mezzi efficienti e impiegabili, come la presenza di uno o più Canadair ed Elitanker
    (funzionanti), fino alla operatività superiore alla attuale.
    Terza argomentazione Il cambiamento culturale
    Andando oltre gli aspetti strettamente specifici, di quella macchina che non ha invalidato l’antica metafora
    medioevale, tra le diverse cose che sono mancate, sugli incendi del 23 e del 24 luglio, sono soprattutto le
    pratiche e le tecniche moderne per poter riconoscere le modalità di questo gravissimo evento.
    Perché è vero che nel giro di 15-20 anni cambiano gli scenari, con cui noi abbiamo a che fare con il fuoco;
    crediamo sia soprattutto proprio questa perdita di memoria, (cos’è esiste una memoria del monte? ) abbia
    fatto e faccia noi e il nostro Monte: uno dei luoghi e degli spazi troppo vulnerabili.
    Manca specie nella sensibilità locale, la conservazione della memoria del monte, dei resti di epoche lontane,
    come anche delle testimonianze recenti, più volte in questi anni ci siamo scandalizzati, alla distruzione di
    tasois e statsius.
    Si tratta di scenari conservativi e di tutela a cui non abbiamo saputo apprestare risposte, lasciando le profezie
    distruttive divenire rapidamente concreti presagi. Quando la responsabilità non da alibi a nessuno, serve
    ragionarci su, non per accusare ma per dar peso ai gesti necessari.
    Così come c’è una risultanza di politiche, amministrative e non, che fanno il Monte vuoto e abbandonato da
    protezioni. Di permanente queste hanno spesso, e si vedono, gli ostacoli alla sua gestione e tutela. Quindi
    non dobbiamo cogliere del fuoco modalità specifiche e complessive davvero nuove per evitare i disastri che
    questo amaramente consegna alla riflessione.
    Quanto è costato al contribuente, il rimboschimento e i boschi di Is liureddus, e S’assuoi, Simioi, i danni
    subiti dalle aziende di Usellus e del territorio di Villaverde e di Pau, i non pochi ettari del comune di
    Villaurbana. Quanto sono costati questi frutti di una vita di molte famiglie, patrimonio di investimenti, di
    emozioni, di ricordi, della civiltà dei gruppi umani? Non diteci quanto stanzierà la Regione, né gioite dei
    soldi del governo, tantomeno sarà la legna tagliata, a sostituire il valore di quel patrimonio. Avremmo mai
    davanti a noi i costi di questo e degli altri incendi?
    Nell’apparato antincendio, ci sono come in passato strutture e mezzi impressionanti, che si accomunano ad
    adempimenti amministrativi spaventosamente lunghi, istanze e fasi prescrittive di pratiche lunghissime,
    risorse umane non utilizzate o non utilizzate al meglio, sempre e stabilmente in bilico, contenziosi
    contrattuali sempre incombenti etc. Sono le vicende che assieme costituiscono le dinamiche specifiche e
    locali, fatte di filtri tardivi e di zavorre burocratiche, azioni sindacali, comunicative e sociali che possono e
    debbono essere riviste, nella manifestazione di un incendio ?
    La fase determinante dell’avvistamento, prevede un apparato di piani, mezzi e uomini di allertamento
    straordinario, è bene sottoporlo a verifica, dopo l’incendio di quei giorni, non si tratta solo di maquillage.
    Una voragine di denaro del quale l’opinione pubblica dovrebbe conoscere i numeri, talvolta non viene
    sottoposta a riprova di efficacia.
    Coltivando tranquilla
    l’orribile varietà
    delle proprie superbie
    la maggioranza sta
    come una malattia
    come una sfortuna
    come un’anestesia
    come un’abitudine
    per chi viaggia in direzione ostinata e contraria
    la maggioranza sta
    Il temperamento delle proteste sociali ottenuto per mezzo di una così consistente cifra economico finanziaria
    spesa in cantieri forestali, non è adeguatamente rispondente ai valore che si dovrebbero custodire (c’è una
    corte dei conti degli incendi?). Occorre andare oltre la perpetuante retorica e ipocrisia tipica di queste
    situazioni, per capire come e meglio si possa ottenere da tutto ciò.
    Non possiamo incredibilmente aspettare il caso, per conoscere l’evoluzione di un incendio, le previsioni
    debbono essere sul campo e possibilmente consultabili in loco, lo studio delle dinamiche degli incendi
    crediamo sia la nuova frontiera. Per economizzare risorse mezzi e soprattutto territorio, servono sistemi
    previsivi nuovi. Ovviamente in mano al sistema gestionale della sicurezza antincendio, prioritario da
    specializzare e responsabilizzare con i coordinatori delle operazioni a terra.
    Le prescrizioni antincendio, le loro azioni sono fatte a tavolino, molte azioni e decisioni invece debbono
    essere frutto dell’analisi sul campo, sul terreno. Non si tratta solo della data di inizio della attività
    preventiva, ma delle azioni con cui si misurano le ipotesi e le scelte apprestate prima e durante gli incendi.
    Settore per settore del territorio, le verifiche e i controlli sulla prevenzione effettuata, così come dovrebbe
    essere fatta la certificazione di queste, da parte delle autorità preposte. Servono delle richieste documentali e
    i controlli sul campo, dei vigili del fuoco, forse l’autorità meglio qualificata e moderna, per conoscere e
    comprendere il fuoco. Dunque ad allarmare efficacemente sulla sua pericolosità non possono essere più i
    teologi, o il loro antico linguaggio.
    Le previsioni normative che inducono la compilazione di piani annuali di prevenzione comunale o di bacino
    provinciale; in cui si sviluppa la stessa sequenzialità degli eventi per ogni territorio (divise in pre, durante e
    post l’evento), offrono e ci fanno notare per mezzo di loro, quanto siano indispensabili i necessari mutamenti
    sul campo, come debba farsi avanti una cultura nuova, deve invece opporsi nei luoghi di ogni disastro
    ambientale.
    Nel tempo il fuoco e la sua furia devastatrice permane semplificatrice e indifferente, come si sà. Non si tratta
    soltanto di orografia, non accorgersi che oggi opera su un contesto di cambiamenti differenziato è discorsivo,
    rispetto al 1983 (anno zero per l’assessore regionale) purtroppo non per le fiamme che hanno ancora avuto
    devastato il Monte Arci, oggi il monte ha un’altra veste.
    Curioso e strano, che l’incendio si fermi sui suoi passi, proprio dove giunse nell’83 (se spinto dallo scirocco
    o dal maestrale poco cambia). L’interrogativo sta qua, da allora, da quei giorni, cosa e quanto è cambiato?
    Cosa significa che il fuoco ritorni sui suoi passi? Dobbiamo chiedercelo tutti, anche se in molti lo sapevamo,
    che una giornata drammatica avrebbe messo a nudo molte cose. Ci inquieta che possa vedersi quanto poco è
    cambiato o che nulla è valso di quella esperienza, perché si evita l’interrogativo su come può tornare il fuoco
    sui passi di 30 anni fa.
    Noi crediamo di no, crediamo che occorra cogliere i dis nodias, (i giorni cruciali) più che una prevenzione
    estemporanea, ci pare impossibile che la memoria del monte, non abbia un archivio, dal quale ricavare al suo
    interno un algoritmo capace di spiegare che temperature, vento, territorio, fuoco e l’incoscienza degli uomini
    fanno da amalgama a queste variabili, scrutare e avvertire come esse si associno in giorni unici della sua e
    della nostra vita.
    Il territorio in tutto questo tempo al contrario è mutato, come per altro esso è rappresentato dai vari e diversi i
    cambiamenti sociali, che non accompagnano soltanto il nostro monte, ma il fuoco lo illustra.
    Pur muovendosi contraddittoriamente tra modernità e tradizione le nostre piccole comunità, più che al
    governo presente del monte paiono assistere passivamente, anche alla sua ultima despecializzazione
    economica, il definitivo tramonto della monocultura ovina. Oggi non impegna più le polemiche, di una sua
    prevalente e unica presenza nelle campagne, dopo aver vinto comincia a ridursi anch’essa, fa il paio con le
    attività agricole come la cerealicoltura, la viticoltura, l’orticoltura, l’arboricoltura, o il trascorso artigianato
    del legno che aveva nella montagna risorse e materia prima.
    C’è una degradazione ecologica e antropica che si sta saldando, ed ora diviene degradazione culturale, le
    comunità e le loro attività si terziarizzano senza sviluppo, così anche il monte.
    Se i montanari sapevano che non bisognasse aggiungere, ma togliere per far sì che il monte respirasse, per
    noi non può che essere un investimento il suo rispetto conservativo.
    La minore antropizzazione, da tutti evocata, vuol dire minore presenza umana. Qui si deve vedere che non si
    tratta però, di una assenza indifferenziata di allevatori, raccoglitori, semplici appassionati del monte, è una
    assenza totale dell’uomo.
    Il flusso della conoscenza di questi luoghi e dunque della sua protezione, in questi ultimi anni si è invertito,
    da luoghi prevalenti di attività preagricole e pastorali o residue come la caccia e l’uccellagione, la raccolta di
    frutti selvatici e di piccoli animali, denotavano una conoscenza minuziosa per spazi e tempi della montagna,
    facendo una civiltà del bosco.
    Carlo Contini affrescando la volta della parrocchiale, elesse l’umanità dei pastori, che sottraggono Santa
    Margherita, alla selva, celebrando il rapporto profondo della comunità con la sua montagna.
    Oggi la selva rischia di avvolgere la Santa, inutile tergiversare con la fine della presenza umana, se ne è
    andrà definitivamente una cultura del bosco.
    Che non è solo un dato vegetale, tramonta un modo di concepirlo, un modo di rapportarsi con esso, ogni
    forma di relazione stessa che la comunità ha eletto con questa straordinaria risorsa. Cos’alto occorre vedere,
    nella attuale presenza di anziani e di piccoli allevatori, come non si può cogliere l’estrema e duratura
    difficoltà con cui le comunità esprimono l’ultima e minimale presenza, sul corpo agonizzante del monte.
    Lo scenario necessario di una nuova cultura, si coglie quando si vede, quanta e quale sia davvero la volontà
    politica e culturale, di favorire l’insediamento e la permanenza sul territorio, diciamolo francamente è in atto
    un sequestro, una narcosi, che toglie il monte alle comunità, che ingabbia, dissuade e costringe
    all’abbandono questo compendio agropastorale e forestale.
    C’è in atto un programma, che prevede dopo la monocultura ovina, abbia ad insediarsi definitivamente il
    lassismo e l’abbandono. A passi rapidi si procede, verso la scomparsa delle conoscenze e le competenze del
    monte. Il paesaggio pluriforme, articolato, che abbiamo conosciuto agricolo, arboricolo e pastorale. Ormai
    più che versare nella precarietà, pare se ne stabilizzi la sua scomparsa. La toponomastica di pabas, costas,
    cuccurus, brazzus, bruncus non sembra sia più il corpo della montagna, indica la fisionomia di un figura
    abbandonata amorfa, che perde i suoi lineamenti conosciuti.
    Del nomadismo e del seminomadismo, che aveva strutturato con i capricci del clima, in un regolamento
    d’uso del monte, non si ha più traccia. Da tempo le rivalità o gli scambi comunitari come per Monte Cresia,
    in cui la comunità di Villaurbana gestì, barattò la sua salvezza, non sa più trovare il patto, l’accordo con le
    altre comunità del campidano, ormai sparisce anche il ricordo.
    La già scarsa antropizzazione dunque, si fa davvero strutturale, la povertà e la precarietà di strade, percorsi,
    ponti, passi, guadi, appartengono invece stabilmente a questo abbandono del monte.
    Persino la viabilità e i collegamenti tra le comunità anche quelli più naturali, della montagna li abbiamo visti
    tragicamente e scarsamente integrati, i rischi e l’impraticabilità del reticolo stradale, dice che l’isolamento
    continua a rimarcare la pochezza di attenzione per un patrimonio indistinguibile nei confini amministrativi.
    Tantomeno si è capaci di cogliere, dove si annidano incentivi e vincoli strutturali alla permanenza umana,
    nessuno stimola o sostiene, il dato di una nuova presenza umana in montagna. Tanto meno c’è una apertura
    alla necessità di assicurare per mezzo di associazioni di consumatori, gruppi di consumo, o forme simili, la
    stabilità del reddito delle aziende sul monte.
    I Gruppi di acquisto solidale (usate la formula che vi pare) potrebbero dare consapevolezza, diffondere il
    valore della condivisione (di opinioni, di esperienze, socialità), per riappropriarsi dei sapori veri, di carne,
    frutta e verdura e di tutti i prodotti della terra.
    Il risparmio e la salute, la riduzione degli sprechi, la ripresa del contatto con i luoghi che producono il cibo, e
    con la terra su cui crescono, fa riprendere anch’esso possesso e identità dei luoghi, non è questo il nodo
    cruciale di un nuovo modello di sviluppo sostenibile.
    Nessuno ha consapevolezza di quanto sul Monte Arci le aziende agricole stiano vivendo e stiano svolgendo.
    Cioè nei luoghi in cui vivono le persone che il territorio lo possono tutelare e custodire. Figuriamoci se
    all’ordine del giorno compare la nuova tessitura, la trama di una nuova frequentazione del Monte, serve una
    cultura nuova!!!
    Una indicazione significativa, potrebbe essere sufficiente nella nostra comunità Villaurbana (1800 anime
    circa), non c’è più una persona che fa il formaggio in casa, ci viene da dire si eclissano stabilmente ormai
    anche le competenze.
    Quella cultura andata, poneva la natura sotto una lente frequentata da figure e competenze multifunzionali.
    A definirne la sua conoscenza e il suo valore, sul piano pluridisciplinare, praticamente era la vita stessa di
    uomini e bestie. Entro di esse erano vistose pedagogie e praticità antiche, che facevano una conoscenza
    strutturale in buona parte ancora utile.
    Oggi però, parlare di porcari, pastori, carbonai, uccellatori, però significa rivolgersi ad una era geologica,
    parlare di qualche millennio fa, eppure erano loro gli attori che hanno lasciato e sedimentato tracce di un uso
    rispettoso del monte.
    Oggi il bosco è divenuto altro, il privilegio ma anche onere, occorre dirlo, solo di alcune figure di
    frequentatori: taglialegna, braccianti agricoli, cacciatori, pochi raccoglitori, ultimi veri e ormai unici
    “conoscitori” dei boschi. Poche altre forze dobbiamo contarle come mosche bianche.
    Non è scandalo ritenere che mancano le figure utili al monte, mentre si presenta e si consolida invece sempre
    più sulle sue funzioni i divieti e gli adempimenti amministrativi, meglio dirli burocratici. Una pratica ed un
    quadro d’uso che disegna e ripeto sequestra il Monte, affidandolo alle sole forze aeree e soprattutto alla
    “spontaneità”, degli amministratori. Davvero inconsistente la loro opera, sul piano organizzativo,
    amministrativo, finanziario. La loro irascibile difesa di questi patrimoni ha nel loro autoassolvimento la
    risposta meno coerente, a questa nuova cultura, nessun dibattito, nessuna riflessione.
    Accorgersi che il Monte si possa affidare agli aerei, senza predisporre a terra, sul terreno, una
    organizzazione, stabile, permanente, rodata, sicura dei suoi doveri e delle sue finalità. Lascia il campo alla
    stasi, affatto intimorita da un alto, che sul fuoco, mostra ormai una scarsa autorevolezza, compresi i pulpiti.
    Dovrebbe far pensare, convincerci tutti del vittimismo con cui gli amministratori amano vedersi paladini
    isolati delle scarse azioni accampate, in sua tutela.
    L’assenza di lucidità sulla serie di adempimenti invece che essi dovrebbero attivare, li tradisce. Quando
    dovrebbero essi stessi definire una nuova cultura, che ricordi o scriva adeguatamente la storia locale degli
    incendi, cioè di quelle azioni che occorre considerare prima che il disastro si renda possibile,.
    Cioè un bel po’ prima, che si celebrino le tragedie, serve porre in essere programmi attuativi antincendio.
    Una nuova cultura indispensabile e “a modo”, per guardare alla pedologia del monte e dunque ad una
    conoscenza della sua tutela e soprattutto alla conservazione dei suoi pregi. Su cui è ancora incisa la storia
    delle tante comunità che con il Monte hanno stipulato un patto insostituibile di sopravvivenza fin dalla
    preistoria, oggi rotto fragorosamente.
    Basta guardare ai numerosi vuoti delle politiche rivolte agli operatori pubblici e privati, che incentivino o
    reintroducano la permanenza di attività stabili nel monte.
    Nel constatare il vuoto intorno a questa idea nuova di un cultura con cui dovremmo guardare al monte,
    registriamo la mole di inadempimenti, ove tutti ci si ricorda ciò che non è stato fatto, e con cui tutti ci
    lamentiamo del prossimo. Nessuno accende una visione nuova per questa straordinaria risorsa.
    Mentre si allontana da noi ogni nuova pratica, e si stabilizza acriticamente un presente ove i mutamenti e le
    novità non semplicemente vegetazionali, vengono raccolte dai piani di sviluppo e dalle azioni antincendio.
    Serve una cultura nuova che faccia emergere le cose da fare concretamente, guardi alle scelte di natura etica
    e politica, che dovrebbe accompagnare, l’azione complessa, reticolare, non più semplicemente “integrata”
    perché ciò significa e tutti lo sanno, inconsistente e irresponsabile, sprecona.
    Vogliamo predisporre per questo, una proposta che intende ridefinire o ricordare gli obblighi con cui
    dovrebbero redigersi i piani comunali di protezione civile, al fine di scrivere per la prima volta, il piano
    territoriale antincendio e dunque di protezione civile del Monte Arci.
    Un piano che vede la rappresentazione passata, presente e futura di: opere pubbliche, strade, strutture
    permanenti, cantieri, siti di biodiversità frequentazioni etc.; stabilmente e permanenti a difesa dei valori di
    civiltà, ancora espressi dagli usi e dalle testimonianze delle popolazioni, che solo per qualche altra
    generazione, faranno capolino sulla montagna.
    C’è uno scoramento crescente, e non deve essere sottovalutato. Quando su questi territori si vede, rimossa e
    derubricata la presenza dell’uomo. Prima dallo scoraggiante abbandono sistematico nella sua generalità, poi
    condensato, da vere e proprie complicazioni delle numerose azioni che dovrebbero guardare prioritariamente
    al valore ambientale e culturale di interesse regionale, della permanenza su questi luoghi.
    Almeno e alquanto prima che nei piani antincendio e di protezione civile, la loro approvazione, dovrebbe
    contenere in essi e vedere in essi inserita, nella stesura, quanto sia fragile e debolissima la attuale
    frequentazione umana del Monte, dovrebbe essere la prima considerazione di questa nuova cultura. In
    reazione agli effetti disastrosi, che essa induce sulla economia di sussistenza di queste comunità, sulla stessa
    salvaguardia di questo compendio.
    In questo piano dovrebbe avere un peso strategico, almeno tanto quanto, ha la definizione di ruoli, funzioni,
    compiti e responsabilità delle autorità che dell’incendio hanno conoscenza moderna e concreta.
    Così come non deve ritenersi un dato da “considerazioni introduttive”, un aspetto della su protezione,
    obbligare le amministrazioni comunali nei cui territori ricadono gli interventi previsti, di vedersi certificate le
    azioni indispensabili alle competenze di ognuno. Al contrario, invece si sappia quando si ha a che fare e con
    chi, su questo territorio opera e non sia individuato come il nemico, ma si consideri fondamentale e base
    strutturale per consolidare una nuova presenza sul monte.
    Perché oggi è evidente come occorra nella chiarezza necessaria, ridare assoluta centralità al mantenimento ed
    al potenziamento della compartecipazione ed al concorso organizzato di tutti gli attori. Sul monte, adesso si
    dovrebbero attivare tutti i meccanismi virtuosi che liberino ruoli e funzioni per tutti, anche per i volontari.
    Quarta argomentazione
    Solo in un nuovo e certo più efficiente coordinamento si può vedere questa nuova cultura, ogni ente deve
    capire e deve ripensare, le sue competenze, le sue responsabilità, in relazione agli altri. Dovrebbe essere
    questo il primo atto riflessivo di fronte al disastro.
    Tantomeno si concluda con il semplice scarico di responsabilità, si richiami con forza chi opera, e con quali
    facoltà. Si realizzi il controllo con cui gli enti tra loro, si provano l’un l’altro l’efficacia collaborativa delle
    azioni espresse, realizzate e non solo scritte su questi piani, ci siano le verifiche delle azioni effettivamente
    compiute.
    Avremmo amministrazioni che si sorvegliano a vicenda, così come potremo prevedere una autorità terza e
    superiore che possa in qualche modo sanzionare, gli assenteisti. Cioè lasciando l’intervento all’Assessore
    della difesa dell’ambiente della Regione Sarda, (speriamo non più all’anno zero) ad organizzare, avvalendosi
    della collaborazione degli uffici suoi o dell’Ente foreste della Sardegna, apposite Conferenze di servizi, con
    cui richiamarne l’approvazione e la attuazione concreta di questi piani locali.
    Iniziamo nel comporre gli inadempimenti, dall’Ente Foreste, vero attore sul territorio, dispensativo di risorse,
    ci chiediamo quanto esprime davvero la meticolosa rappresentanza dei valori che tutela?.
    Non dimentichiamoci che la legge istitutiva attribuisce all’Ente le seguenti funzioni, ma non vorrei apparire
    efficientista. Anzi inquieta o meglio dovrebbe inquietare se alla lettera a) dell’art. 3 si dice che esso deve :
    amministrare il patrimonio silvo-agro-pastorale e faunistico assunto in concessione o affitto dalla Regione,
    dai comuni e da altri enti pubblici o da privati, curandone la sorveglianza, la razionale manutenzione, il
    miglioramento e la valorizzazione ed operando, di norma, sulla base di piani di assestamento forestale;
    è del tutto evidente e non vogliamo entrare nel merito delle prescrizioni di legge e soprattutto delle
    polemiche sulla sua gestione, si vada sul Monte e si verifichi se bastano queste prescrizioni per dire che è un
    ente che va riformato.
    Soprattutto nelle sue azioni tradizionalmente conosciute sul territorio, che vanno dalla percezione di questa
    nuova cultura del territorio, fino all’apprestamento compatibile di una trama di percorribilità adeguata, alle
    aree di sosta, alle pratiche silvoculturali, alla definizione di una specifica storia dei luoghi, fino alla
    promozione ed alle tante pratiche agro-economiche ed alle tante iniziative educative e conoscitive del valore
    del bosco, che rinverdiscano e diffondano i successi di iniziative simili per es. alla mostra dell’avifauna.
    Gli enti locali. Non si scrive la storia del monte rispettando freddamente i dettami della legge n. 353 del
    2000, con cui si sarebbero dovuti istituire e proseguire il tempestivo aggiornamento del catasto delle aree
    percorse dal fuoco. E’ attualmente il principale dei doveri amministrativi… ma le impietose dichiarazioni di
    Bertolaso (quando riferisce alla camera dei deputati sugli incendi) ci fanno scoprire che
    “La regione Sardegna, al 30 settembre 2008, aveva completato solo nell’11 per cento dei comuni l’adozione
    del catasto e solo il 21 per cento di quei comuni aveva redatto un piano di emergenza.”
    Ancora Bertolaso “Segnalo che nella lettera che il presidente mi ha inviato questa mattina (dichiarazioni alla
    camera dei deputati dopo il disastro) si afferma che su 377 comuni, 126 hanno oggi adottato il piano
    comunale di emergenza e 296 sono dotati del catasto delle aree percorse dagli incendi.”
    Il catasto fregio figurato, di molti altri contenuti, si spera redatto sulla base, quantomeno, dei dati presenti
    nel Sistema Informativo della Montagna. Oggi tra l’altro curato di fatto dal Corpo forestale dello Stato, o
    comunque reso disponibile presso i sistemi regionali. Il catasto dovrebbe raccontare qualcosa di più che
    delle semplici mappe. Non si svicoli anche su questo, senza trarne le dovute conseguenze, cioè immaginare e
    spesso pensare ancora che il fuoco cioè un evento complesso, sia un adempimento amministrativo e
    burocratico degli Uffici Tecnici comunali. Al contrario dovrebbe essere il primo dei gesti con cui oggi
    invece si può fare la storia degli incendi, la storia delle azioni di difesa di un patrimonio straordinario;
    dunque non soltanto una mappa, ma una moderna memoria del monte.
    Il Corpo di Vigilanza ambientale. L’art. 7, della legge n. 353 del 2000, anche per il Corpo forestale dello
    Stato e con il Corpo nazionale dei vigili del fuoco, oltre a tenere in debito conto quali componenti
    significative quali operai forestali e volontari, dovrebbero fare per valorizzare, compatibilmente con gli
    ordinamenti regionali e nell’ambito della pianificazione regionale, la lotta attiva agli incendi boschivi,
    dovrebbe vedere in Sardegna anche il corpo di vigilanza ambientale disporre autorevolmente uomini e mezzi
    non formalmente preposti.
    Dal momento che dall’Alto (il Ministero) avverte una evidente gestione della separazione delle competenze,
    voluto superare persino, da un Accordo quadro sottoscritto in materia da diversi Dicasteri proprio lo scorso
    anno, favorendo indovinate cosa ? “il coordinamento, l’uniformita’ e l’ottimizzazione delle procedure
    operative di intervento nelle attività di contrasto a terra degli incendi e definendo “chiaramente e con
    certezza chi ne assume la direzione ed il coordinamento nel caso di soprassuoli prevalentemente forestati,
    oppure prevalentemente antropizzati”.
    Sono le parole di Bertolaso a riportarci per terra “soprattutto fra gli uffici territoriali del Governo (sottinteso
    Prefetture, enti locali e Provincia) e l’amministrazione regionale, non vi è stata sempre quella sinergia e quel
    collegamento” (…)
    Sono dichiarazioni pubbliche che urlano, quanto manchi davvero o nò nella sua funzione cruciale il
    coordinamento, su questo è lecito o nò attendersi atti concreti ?
    Se dall’alto come dal basso, i piani locali antincendio o di protezione civile ai diversi livelli territoriali, si
    devono ancora elaborare, prima ancora che essere coordinati e responsabilizzati, è argomento che riguarda
    gli incendi oppure di che parliamo ?
    Ben inteso non si tratta di cartacce, si tratta dei piani entro i quali deve essere contenuta ogni possibile
    azione. Siano esse dirette o di supporto alla elaborazione ed alla adozione dei piani comunali o intercomunali
    di protezione civile. Insomma vi è la necessità della previsione piena e fin troppo chiara delle competenze,
    risorse, azioni, strutture, diretta alla salvaguardia della importanza dei valori ambientali, che abbia carattere
    provinciale e locale.
    Non si tratta soltanto e non si dovrebbe soltanto predisporre e far predisporre l’elaborazione di specifici piani
    di emergenza per gli insediamenti, le infrastrutture e gli impianti ambientali, paesaggistici e turistici anche
    temporanei, posti all’interno o in stretta adiacenza alle aree boscate ?
    Dovrebbero finalmente essere occasione determinante per strutturare categorie nuove, principi e modalità
    con cui improvvisare meno, la difesa di luoghi straordinari che non solo la natura ha custodito (il fuoco si è
    fermato a 50 metri dalla madonnina di S’arangiu Aresti, cioè il cuore moderno del nostro versante).
    Questi elementi potrebbero darci sufficiente indicazioni, almeno per quanto è necessario a definire un quadro
    nuovo di azioni specifiche.
    Ultima argomentazione
    Sul piano strettamente funzionale, queste azioni ed ogni intervento non dovrebbe ignorare i cambiamenti
    orografici, pedologici, vegetazionali, anch’essi resi visibili dai cambiamenti sociali e culturali dell’uso del
    monte.
    Si pensi a tutte le attività integrative per il prelievo della legna per es. quella necessaria ai forni del pane, con
    cui il prelievo dal bosco e nel territorio prospiciente il bosco e le aree coltivate, favorivano una presenza
    umana di controllo. Temperavano la crescita abnorme del sottobosco, ora ogni pratica è stata bandita ed i
    controlli svaniti del tutto. Questo per dire che i divieti rispetto alle pratiche conosciute di prelievo, mentre
    gli usi civici, dovevano essere adattati e resi più consoni alla difesa di questi patrimoni.
    Le azioni appassionate di allevatori, agricoltori, raccoglitori, non si comprende perché siano ritenute
    testimonianze troppo remote, per essere recepite davvero come pratiche silvicolturali autoctone, cioè capaci
    oggi di assicurare la frequentazione dei sentieri, o di aree limitate anche attraverso i moris.
    Ancora per poco, ma fra non molto non renderanno più l’idea della rete capillare “emica” di percorrenza
    della Montagna. Da trama primordiale e umanizzante del Monte, essa è diventerà presto rappresentativa
    solo dell’abbandono.
    Oggi non si sostituisce, né si improvvisa come abbiamo visto (si veda alla data dei giorni prima e dopo il 23
    e 24 luglio la strada da S’utturu e su cadru fino al secondo ingresso a Sedd’ anea), una nuova percorribilità
    del monte.
    Perché sebbene la rete viabile sia stata tracciata nella modernità, mancano le opere e i criteri per renderla
    operativa, gli uffici tecnici sanno molto meglio di noi, cosa fare, per impedire, ciò che l’abbandono delle
    strade invece rende assurdamente evidente a tutti.
    Così se prendiamo in considerazione il sistema imbrifero, in passato le sorgenti erano delle bestie, mai del
    bosco. Oggi possono essere del bosco e di tutti quelli che ad esso fanno riferimento. Questa idea eccentrica
    dell’intoccabilità della natura, della immodificabilità dei biotipi, (epica di ambientalisti e cacciatori) non può
    più negare, una necessaria manutenzione custodia dei mutamenti di ruscelli, sorgenti, fosse artificiali e
    naturali. La rete di approvvigionamento idrico può dare un idea permanente delle protezione, se realizzata
    con discrezione e sensibilità archittetonica (dunque non elettorale) ma costantemente in funzione; potrebbe
    darci più sicurezza, oltre che una migliore e settorializzata difesa, potrebbe finalmente favorirne una stabile
    struttura precauzionale, costantemente attiva su tutto il monte. Si replicherà che siamo all’anno zero ?
    (col suo marchio speciale di speciale disperazione
    e tra il vomito dei respinti
    muove gli ultimi passi
    per consegnare alla morte una goccia di splendore
    di umanità di verità
    per chi ad Aqaba curò la lebbra con uno scettro posticcio
    e seminò il suo passaggio di gelosie devastatrici e di figli
    con improbabili nomi di cantanti di tango
    in un vasto programma di eternità)
    Il corpo di vigilanza ambientale. Tragica parodia della concezione della modernità con cui si amministra
    stancamente un patrimonio immenso di valori umani, territoriali, ambientali, faunistici, nel frattempo anche
    planetari. Appare motivato dai pochi mezzi, ma anche da una balzana idea che sottintende una volontà
    autoritaria con cui si vuole sequestrare il monte a tutto e tutti. Manca, si potrebbe dire nei suoi doveri di
    base, cioè in quella cruciale azione che deve guardare al conforto dell’opinione pubblica, rendendosi in ogni
    momento capace di affiancarla autorevolmente.
    Tra le sue azioni, pone in essere un minimo sistema informativo, che tra l’altro non frutta grandi risultati.
    Per il resto la sua organizzazione secondo piani e programmi (e soprattutto emergenze) non è degna di una
    benché minima strategia permanente di credibilità. I fatti ci dicono che si è dimostrata assolutamente
    assente, astratta e impraticabile, proprio sul terreno la sua azione tempestiva, su cui la sua funzione, non
    quella delle numerose azioni repressive, dovrebbe esprimere una autorevolezza davvero capace di uscire
    dalla routine e coordinare le forze in campo.
    Manca (per le poche risorse umane, ma anche per le competenze) completamente nella capacità direttiva e
    organizzativa sul terreno, non c’è una benché minima proiezione virtuosa, si propone solo occasionalmente a
    dirigere con autorevolezza il coordinamento delle tante agenzie in campo.
    Proprio nelle giornate campali, quelle giornate “olimpiche”, “eroiche”, attese o evitate, ma da temere per
    anni, questo corpo dovrebbe rendere ingiustificabile in tutti sensi un cruciale impegno non routinario. Cioè
    le garanzie del suo stesso esistere. La molteplicità degli impegni dovrebbe venir meno dalla generità avuta
    proprio in quei giorni. Quando cioè dovrebbe aver acquisito e metabolizzato definitivamente, per la loro
    drammatica fatidicità, ciò che è necessario, sapendo che in ogni attimo, ed in ogni gesto, si può
    compromettere il valore del bosco, acquisito magari in un secolo.
    Conclusioni
    Il fuoco, l’incendio di quei giorni per il Monte Arci di tutti, dice che non c’è un territorio che vince o che
    perde, e che se un territorio ha queste ferite strazianti perdiamo tutti. E quando ci sono queste giornate si
    perde o si vince in un attimo. Davvero lo vogliamo dire, si perde in un attimo una vita, una vita di lavori,
    una vita di investimenti, una di costruzioni, attrezzature, animali, cantieri, boschi etc.
    Io credo che dobbiamo finalmente reagire proprio in questo territorio, dove al solito l’incendio ha messo a
    nudo un spazio, su cui affondano molte buone volontà, ove l’allarme e la sensibilità dei volontari come me,
    vuole mettere in campo. Solo un crudo dibattito ruvido quanto si vuole potrà rivelare gli sprechi, e
    l’inconsistenza politica delle azioni apprestate, per ciò che si è visto e per ciò che non si sarebbe dovuto
    vedere.
    Evidentemente non si crede e non si deve, soprattutto non si vuole condurre, una polemica fine a se stessa,
    ciò che preme è l’organizzazione e da essa occorre partire per definire il coordinamento cioè ”ordinare
    insieme vari elementi in modo da costituire un tutto organico conforme al fine che si intende raggiungere”.
    Ma organizzazione è organizzazione in più direzioni, del personale, dei mezzi, dei luoghi investiti da queste
    funzioni.
    C’è in particolare, una organizzazione educativa dei volontari. C’erano molti giovani a spegnere l’incendio,
    dato straordinarimente positivo. Alla loro presenza, ai valori di cui essi possono essere veicolo e custodi,
    dobbiamo dei doveri. Di fronte a manifestazioni di cui è capace l’umanità, più spesso di quanto si pensi,
    quando si associano molte componenti fanno eroici i risultati.
    Vorrei capovolgere la lettura che faceva il mondo tradizionale, quando temeva l’ira e le manifestazione
    furibonde del fuoco in giornate campali come quelle dei giorni di luglio.
    Se quella temeva il fato e la violenza che eruttava dalle viscere, le archetipiche energie ctonie del fuoco,
    leggeva ante litteram, ciò che oggi compiono le digressioni logico matematica fanno invece coerenti, cioè le
    catastrofi.
    Se noi non riusciamo a capacitarci e a credere come possa esserci capitata una correlazione di variabili così
    concomitanti da produrre il disastro che si è compiuto. È perché ci manca la visione della complessità. Essa
    richiede azione costanti durature del lungo periodo, ma anche quelle quotidiane; non possiamo ritenere
    incapace la comunità provinciale (fatto di istituzioni, aziende, uomini e natura), di scindere il composto
    alchemico e indissolubile di queste variabili, nel breve quanto istantaneo periodo in cui si assume la
    responsabilità.
    Crediamo che questa sia solo una parziale striscia dei conseguimenti da raggiungere, che devono
    letteralmente ridestarsi da tutto ciò che in tre giorni ha trasformato in fumo e cenere, le tante parole, i tanti
    investimenti, la tanta poca tecnologia e soprattutto la tanta tantissima retorica svolta in questi ultimi trenta
    anni.
    Per i quali occorre sezionare secondo fasi, la identificazione dei pericoli derivanti dall’attività di
    spegnimento dell’incendio. Così come la gestione delle dinamiche del personale e tecniche, la pianificazione
    d’emergenza, la sicurezza delle squadre di soccorso, la manutenzione dei sistemi di protezione personale e
    del territorio, il controllo e la revisione delle azioni organizzate anche dai volontari.
    Riprendere ad avere la capacità del controllo delle distinte variabili, ciò che l’uomo è davvero in grado di
    impedire, nel combinarsi tragico della loro miscela. Evitando ciò che la maggioranza (lo dice la canzone),
    passa in giornate insensate come quelle di giovedì venerdì e sabato 23, 24 luglio.
    Rifiutiamoci di credere alla favola del lasciar perdere, ormai è chiaro che tutto ciò fa solo gli interessi degli
    incendiari. Siano essi dolosi o colposi, poco importa. Se c’è qualcosa che ci accomuna è il poco valore del
    lavoro, della natura, del patrimonio non speso o speso male per procurare reddito e per produrre ossigeno alla
    vita stessa.
    Occorre superare su tutto, le stasi organizzative e l’improvvisazione, lo erano in passato, oggi lo sono
    incredibilmente ancora. Le urla come le fiche al cielo della scultura di Ciusa, aspre e ancora più polemiche,
    deplorano però rendono sempre irrevocabili l’impreparazione e l’impotenza del passato. Uno scandaloso
    gesto non riproponibile, per gli incendi, noi crediamo che la riflessione possa una razionalità nuova, sul
    terreno contro l’alto.
    Mentre abbiamo un potenziale tecnologico, di risorse umane, professionali, utilizzate male, se non
    malissimo. Non si capisce come si possa proteggere un monte che di per sè non ha confini, come si possa
    ragionare ancora con i confini amministrativi, ci pare un segno drammatico, evidente delle difficoltà culturali
    a percepire il bisogno di coordinamento delle forze in campo, nel predisporre piani adeguati. Che ci si
    soffermi ancora su responsabilità amministrative di competenze separate, appare tragico. Ci pare che la
    Regione deve significativamente proporre un modello, perché ogni montagna, ne ha uno, fatto di cultura,
    geografia e storia, socialità che implica la corresponsabilità e una interdisciplinarietà delle azioni di tutti.
    Prioritario diviene ribadire la compartecipazione coerente di tutti e doverosamente degli enti che operano
    sulla montagna.
    Nella fissità presunta di questa natura del fuoco, ancora medievale, occorre inserire le dinamiche e le
    variabili dei nuovi algoritmi, ossia di tutte le mutevoli situazioni in campo che non possono essere pensate
    come le stesse del passato.
    Tanti cambiamenti, diretti ed indiretti specie nelle giornate in cui le condizioni meteo sono misurabili solo
    sul terreno, che rimane anche a detta del sottosegretario Bertolaso, aldilà delle opinioni e delle polemiche,
    pur sempre l’arma centrale per lo spegnimento.
    Invece non lo possiamo negare, ma quanti credono ancora a tutto ciò? Quanto è realistica questa spiegazione,
    su un territorio divenuto sconosciuto, impraticabile, insidioso, e non come in passato coperto da conoscenze
    adeguate è possibile ritenere l’unico intervento possibile sia quello dall’alto? Servono piani, e soprattutto
    competenze davvero attive e dinamiche per operare l’intervento a terra, possiamo credere che esse siano
    proponibili come nel passato, anche quello recente?
    Oziose e verbose considerazioni polemiche ? Può darsi, noi crediamo che occorra fare presto, la fondazione
    di una nuova pratica strategica per prevenire lo spegnimento è fondamentale, non si può credere che siano
    stati i soli Villaurbanesi (per esempio) pur molto presenti ci mancherebbe, a spegnere l’incendio.
    Non nascondiamoci (nella retorica pur facile) teniamo presente la cenere calda e il fumo in paese della notte
    del 23, ad aver evitato un disastro più pesante, crediamo sia stato un vero miracolo, con cui si debba
    ringraziare la provvidenza o la fortuna che stavolta ha avuto nel maestrale, la chiave risolutiva. Ma la
    distruzione del territorio di Usellus, di Pau, di Villaverde può essere attribuita al caso? chi domina i
    salvataggi e le sconfitte negli incendi, la popolazione, o gli sforzi generosi di giovani ed anziani ?
    Io non lo credo. Io credo che il caso (88 ettari di territorio comunale arsi) ci offrano delle possibilità
    fondative, che non possono essere più trascurate. Per chi i danni non li ha sfiorati (80 ettari, su 2500 ettari
    non sono pochi) e per chi i danni li dovrà registrare per anni.
    Oggi per il monte serve una nuova intelligenza sociale.In questa cultura che va oggi sostituita, il Monte, è
    ancora un mito, sempre meno la speranza di un riscatto, lo vediamo mentre si presenta di fronte al fuoco,
    stancamente e distrattamente impreparato, divenire presto cenere. Incolpevole, abbandonata, risorsa ormai
    decadente, per tutti. Siano esse istituzioni preposte, dipendenti dalla sue sponde alberate, dai suoi larghi
    fianchi generosi di giornate lavorative, da coloro i quali lo stuprano con per il legnatico vorace, sia per quelli
    che su di esse versano brame differenziate di tutti i tipi, sia per noi accorsi allo spegnimento.
    Anche gli uomini, ah gli uomini, come tanti mostrano e arrancano nella fatica della crisi economica e sociale,
    arrancano anche e soprattutto sul piano delle idee, della cultura e della condizione esistenziale, al Monte
    sono immensamente disattese le loro energie intellettuali. A parte forse pochi che con la modernità non
    subiscono palingenesi deformanti del loro essere, gli uomini sono sempre gli stessi, indomiti a qualsiasi
    organizzazione, verbosi, queruli, neghittosi ad ogni coordinamento, di fronte al fuoco non tutti possono
    esprimere soltanto l’impotenza.
    Tra questi i Pastori, che lentamente divengono imprenditori, ma non custodiscono, essendo pochi e sparuti
    una strategia di insieme, aziende e territorio. Ove gli animali sono più curati nella loro funzione produttiva,
    lo sono meno in quella con cui dovrebbero per loro e per il loro benessere, meritare tutela e disponibilità
    degli spazi. Non tocca a loro disporre sempre e cioè stabilmente, una organizzazione ed un coordinamento,
    davvero federato della difesa delle proprie aziende e greggi? Concreto o almeno dinamico quanto
    tempestivo? Nel contempo evitare (per loro come per chiunque) che con gli incendi si aggiunga al danno
    anche la beffa, delle avide speculazioni inflazionistiche sui mangimi.
    I cacciatori forse i pochi che veramente praticano il monte, gli unici davvero motivati e creativi di volontà e
    di mezzi (soprattutto privati), meno popolo bue, di quanto si dica. Custodiscono la didattica del monte, con le
    sue toponimie, le sue sagome naturalistiche, le sue vive creature. Elaborano, perché vivi, giorno per giorno
    dinamiche del tempo, dei luoghi, della vegetazione, della selvaggina, della vita tutta del Monte. Peccato che
    nelle piccole comunità non si traduca in istanze assolutamente ragionevoli, in loro crediamo sia rimasta pur
    su una traccia labile, il germe di una nuova cultura della tutela del monte .
    Nessuno pare colga le funzioni che per il monte appaiono diverse rispetto al passato. La sua frequentazione
    oggi ha un altro senso rispetto a prima, i cacciatori la registrano tutti i giorni, di fronte all’emergenza
    dovrebbero essere più ascoltati e considerati, oltre le urla, io sono fiducioso che essi possono qualificare una
    vita nuova e migliore per il monte, per la sua salvezza. Dalla socialità e interesse che costantemente
    dimostrano, fino alle azioni sensate per la tutela del territorio.
    Parliamo di un patrimonio di conoscenze dove pochi hanno mostrato davvero la capacità di guardare alle
    trasformazioni sociali, con cui oggi il monte è vissuto, senza più nostalgie e senza più pietismi. Avanzando
    alcune istanze davvero moderne per questi luoghi, essi potrebbero proporli in tutti i sensi, come avamposti di
    civiltà.
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  • Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani” .  Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.

    L’indifferenza è il peso morto della storia. E’ la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall’impresa eroica.

    L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E’ la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all’intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell’ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un’epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell’ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.

    I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.

    Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l’attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.

    Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.

    “La Città futura”, pp. 1-1

    Antonio Gramsci 11 febbraio 1917

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  • Una stima ufficiosa aveva individuato 104 laureati, residenti  o comunque legati al nostro paese da vincoli affettivi o di parentela ai quali è stato mandato un invito ufficiale per la serata,

    34 si sono presentati ieri sera alle 21 nel centro Socio Culturale “Agostino Garau” di Villaurbana ed hanno preso parte all’incontro organizzato dall’Amministrazione Comunale di Villaurbana per consegnare le borse di Studio ai 6 Laureati nel 2008 e per distribuire ai laureati di ogni epoca un simpatico omaggio a ricordo della serata trascorsa insieme.

    Dopo i saluti del sindaco Luca Casula, anche lui uno dei laureati, è  intervenuto

    il professor Piero Pau che ha ringraziato l’amministrazione Comunale per l’iniziativa intrapresa, puntualizzando che finalmente dopo aver visto incontri di tutte le altre categorie di cittadini presenti a Villaurbana, per la prima volta si poteva assistere ad un incontro con tutti i Laureati di Villaurbana.
    In relazione alla progetto della nuova sezione della  Biblioteca Comunale il Professor Pau ha inoltre suggerito una ristampa di tutte le tesi in un formato standardizzato a cura dell’Amministrazione al fine di dare medesima veste tipografica esteriore al lavoro dei nostri concittadini.
    Il sindaco ha accolto l’invito non nascondendo le perplessità riguardo alla complessità dell’operazione di trasposizione e ribattitura di quelle tesi non ancora disponibili su supporto digitale perché elaborate da oltre 20 anni.
    Dopo il “Decano” dei laureati attualmente presenti a Villaurbana,

    a turno hanno preso la parola


    alcuni dei sei beneficiari della borsa di Studio del 2008 che hanno provato a spiegare in pochi istanti l’oggetto della loro tesi di Laurea, ed in questa fase non sono mancati simpatici momenti di allegre battute sui titoli, spesso molto tecnici, delle tesi di Laurea.
    Successivamente è stata la volta dei laureati più “attempati” che hanno rimarcato ancora una volta il forte sentimento che lega i Villaurbanesi al proprio paese e  che fa si che anche quando le vicende della vita ci portano lontani si aspiri sempre ad un ritorno a casa almeno per qualche giorno una volta all’anno.

    Tra i tanti Claudio Canalis e Gianni Salis, hanno portato testimonianza del loro percorso di laurea su temi oggi di stretta attualità , lo screening per la diagnosi precoce del cancro del polmone ipotesi di gestione e fattibilità , la trasparenza amministrativa e le nuove tecnologie digitali.

    Maria Fadda ha raccontato di quando la Bocconi non era ancora l’Università simbolo della New Economy e ci si poteva laureare anche in letteratura con arditi accostamenti tra la figura della donna espressa dalla Deledda in “La Madre” e quella descritta da “L’amante di Lady Chatterley”.
    Tanto ci sarebbe ancora da raccontare ma chi non è stato presente non avrebbe comunque misura di quello che è accaduto ieri sera; dall’incontro serale con i nostri laureati, quelli che hanno accolto l’invito, abbiamo appreso molto e ancora molto altro ci resta da approfondire, con la speranza che presto a Villaurbana ci possa essere un luogo di incontro fisico e virtuale dove mettere a “sistema” tanta ricchezza culturale e di talenti che spesso ignoriamo di avere tra di noi.

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  • Dal 21 Aprile 2001 il sito villaurbana.net è al servizio di quanti intendono conoscere meglio Villaurbana e i suoi abitanti, il nostro sito cresce con il vostro contributo.

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